Philippe Leroy: il ricordo che ho di lui 

di Maurizio Badiani

Ogni volta che ci lascia una persona con cui hai lavorato se ne va anche un pezzetto della tua vita.

Anche Philippe Leroy è uscito per sempre di scena.

L’avevo conosciuto nel gennaio del 1980 nella sua casa di Cetona, una specie di Capalbio senza mare.

Da tempo avevano cominciato a frequentare quel piccolo borgo Toscano a cavallo tra la Valdichiana e la Valdorcia molti personaggi noti, del cinema, della cultura e della moda: Giovanna Ralli, Giuliano Gemma, Miriam Mafai, Cesare Romiti, Guido Ceronetti, Valentino Garavani, Umberto Agnelli.

Da pochi giorni avevo messo piede in McCann Milano dopo aver trascorso – inviato dall’agenzia – alcuni mesi a NY. 

Mi chiamò nel suo ufficio Alberto Cremona, allora direttore creativo della sede Italiana, e mi disse: “Abbiamo fatto un contratto con Philippe Leroy: sarà il testimonial per Patriarca. C’è ancora da decidere cosa fargli fare e cosa fargli dire. Casa di produzione e regista sono già stati scelti: tu partirai domani con loro. L’on air è a giorni”. 

Alberto aggiunse che Leroy era stato scelto come testimonial perché aveva come hobby la…falegnameria.

Cosa curiosa pensai. Così come curioso e anomalo era quel modo di procedere che – senza neppure un PPM – mi vedeva scaraventato su un set nella doppia veste di copywriter e di producer. Come soldato di agenzia – per di più di prima leva – non mi restò che ubbidire.

Il giorno dopo partimmo per Cetona. Quel partimmo comprendeva, oltre al sottoscritto, l’operatore alla macchina e il regista Livio Mazzotti. 

Il camion della troupe ci avrebbe anticipato col suo carico di attrezzeria e di mobili. Livio – ex copy poi passato alla regia – conosceva già Leroy per aver girato con lui nel 76-77 una serie di Caroselli per Cirio. L’attore si dimostrò una persona straordinariamente affabile e alla mano. Messa da parte ogni spocchia si era scelto quel suo buen retiro dove viveva intere giornate circondato da pialle e pezzi di legno. 

Dopo i saluti e i convenevoli di rito Livio ed io ci mettemmo a tavolino a scrivere il testo che Leroy avrebbe poi recitato muovendosi nello spazio angusto di una cucina. 

Tutto si svolse senza inciampi: l’attore imparò velocemente il testo e lo shooting si chiuse entro sera. 

Quello spot, nato in quel modo così anomalo, non avrebbe mai potuto vincere a Cannes neppure se avessimo corrotto l’intera giuria. 

Nella migliore delle ipotesi avrà aiutato il cliente a vendere qualche mobile in più.

Viaggiammo tutta la notte. La folta foschia di un Gennaio impietoso aveva spinto gli addetti a chiudere l’autostrada. Costretti a percorrere strade di campagna arrivammo a Milano alle luci dell’alba.

Di quella notte di tregenda ho un ricordo nitido. Il resto si perde nei meandri della memoria.

Mi riaffiorano alla mente le parole con cui Leroy iniziava lo spot “Amo il legno…mi piace lavorarlo”…la sua mano che accarezzava la superficie levigata di un mobile…e poi una montagna di soffici trucioli.

Trucioli. Simili a quelli in cui il tempo – col suo impietoso macinare – riduce i ricordi.