Se si è capaci di comunicare solo l’io…

di Francesco Pira

“La maggior parte delle persone non è in grado di parlare di nulla se non parla di se o comunque della cerchia di cui è il centro”.Mi ha colpito un articolo scritto su Avvenire intitolato “Io,Io, Io….e gli altri” dal Cardinale  Gianfranco Ravasi ,  Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, nella sua rubrica quotidiana “Mattutino”.Uno dei volti più conosciuti della Chiesa, autore e conduttore di un interessantissimo programma la domenica mattina su Canale 5  (Le frontiere dello spirito), si sofferma su un termine che definisce sontuoso, in voga nel linguaggio colto, l’autorefenzialità.Scrive Ravasi : “con esso si denuncia quel rinchiudersi a riccio degli specialisti nella torre d’avorio del loro linguaggio incomprensibile al volgo, nel mondo aristocratico delle competenze, nello splendido isolamento del proprio campo o classe. E’ un vizio che intacca la scienza, la filosofia, l’arte e la stessa teologia.  C’è, però, un’altra autoreferenzialità praticata anche da chi ignora persino l’esistenza di un simile vocabolo….troppi infatti mettono al centro del loro dire, fare, calcolare solo se stessi, quell’io coccolato, massaggiato, incensato lasciando ai margini gli altri che si concepiscono solo in funzione di se stessi. Non è solo egoismo o egocentrismo, è alla fine anche una povertà di parole, di idee, di interessi.”Questo mi ha fatto pensare ad un studio di cui avevo letto sulla comunicazione referenziale negli scimpanzé, su un testo di sociologia della comunicazione (Luciano Paccagnella 2004).“Gli scimpanzé sono in grado di comunicare ai propri compagni la presenza nei paraggi di qualche predatore, specificandone addirittura la natura: il richiamo di allarme è diverso per indicare il leopardo, l’aquila o il serpente. La specificità del richiamo viene colta perfettamente: nel caso del leopardo il gruppo si arrampica sui rami più alti, in quello dell’aquila si rifugia sotto i cespugli, mentre in quello del serpente i membri assumono una posizione ritta su due zampe, scrutando i dintorni. Si tratta naturalmente delle strategie più opportune per sfuggire ai diversi tipi di predatori (studio di Cheney E Seyfarth) . E’ importante notare che tali strategie vengono messe in pratica al semplice ascolto del richiamo relativo, cioè prima ancora di vedere effettivamente il predatore”.Perché ho ripreso questa teoria sulla comunicazione degli scimpanzé? Perché credo che noi umani non riusciamo ad utilizzare la comunicazione come gli animali. A volte non riusciamo come loro “a tessere i sistemi di alleanze e di scambi”.Forse perché come scrive Ravasi, giustamente, e sostenendo il contrario dei Kennedy, è una società “un po’ più io, e un po’ meno noi…”Il Cardinale Ravasi cita anche Carlo Emilio Gadda che nella Cognizione del dolore esclamava :” L’io, io! …Il più lurido di tutti i pronomi!”La proposta del teologo e esperto biblista ed ebraista  Ravasi di “abbattere il muro dell’individualismo, ascoltare e guardare la varietà dell’umanità che ci circonda”, è da tenere in forte considerazione.Anche alla luce degli ultimi fatti politici internazionali. Inizieremo a comunicare in maniera diversa con gli altri. Forse anche meglio degli scimpanzé.Come conclude il Cardinale Ravasi :”sarà una ventata d’aria, forse anche turbinosa e rumorosa, ma capace di spazzare via l’atmosfera asfittica del nostro isolamento saccente e orgoglioso o più semplicemente, monocorde e noioso”.
©RIPRODUZIONE RISERVATA