In Cambogia viene giù un’altra fabbrica. Asics sott’accusa

Dopo l’ecatombe del 24 aprile a Dacca, in Bangladesh, non si arresta la scia di sangue della globalizzazione selvaggia. Altri morti e feriti nell’Asia cuore produttivo (a bassissimo costo) dei grandi marchi mondiali, come quello delle scarpe da ginnastica giapponesi

di Giovanni Santaniello

Il bollettino si è aggiornato questa mattina: tre morti e sei feriti, di cui tre in modo grave. E’ il bilancio del crollo avvenuto in una fabbrica di scarpe in Cambogia. Non scarpe qualsiasi, ma griffate Asics. Il marchio giapponese famoso in tutto il mondo ha il suo cuore produttivo a 40 chilometri dalla capitale cambogiana Phnom Penh. Ma, come per tantissimi altri marchi internazionali, è un cuore malato, in una fabbrica di cartone.

tragedia

Dalle prime ricostruzioni, l’incidente – avvenuto poco dopo le sette – sembra essere stato provocato dal cedimento di alcune travi d’acciaio che sostenevano un’area nel tratto comunicante tra due edifici, al piano ammezzato. Sotto accusa è già finito l’eccessivo peso caricato su quel piano sopraelevato in cemento, stipato di scarpe e macchinari.

Al momento dell’incidente, gli operai all’interno del complesso erano una cinquantina. E tra le macerie della fabbrica gestita da circa un anno da una societa’ taiwanese nella provincia di Kampong Seu, sono stati rinvenute diverse scatole di scarpe da ginnastica del marchio giapponese.

Come dire: l’ultima prova del costo crudele della globalizzazione selvaggia. Lo scorso marzo, gli operai della Wing Star Shoes avevano scioperato per chiedere un aumento di salario e migliori condizioni di lavoro. Lo stabilimento fa parte della galassia dell’industria tessile cambogiana che impiega oltre 500 mila persone e che, con 4,6 miliardi di dollari di fatturato, contribuisce piu’ di ogni altro settore alle esportazioni nazionali. In pratica, ha segnato da solo il boom di investimenti avvenuto nell’ultimo decennio nel Paese asiatico.

Peccato, però, che le retribuzioni siano tra le piu’ basse del continente. Solo recentemente, e solo dopo un’ondata di scioperi senza precedenti nelle fabbriche d’abbigliamento, il governo ha portato il salario minimo mensile a 75 dollari. Ma sulle condizioni di lavoro, purtroppo, si è ancora all’anno zero.

L’incidente di questa mattina giunge sulla scia della tragedia del 24 aprile alla periferia di Dacca, in Bangladesh. Il crollo del complesso che ospitava cinque fabbriche di abbigliamento ha provocato quel giorno 1.127 morti, scatenando un dibattito globale sulle responsabilita’ delle grandi aziende tessili occidentali che producono in massa nei Paesi dell’Asia meridionale e sud-orientale.

All’indomani di quell’immane tragedia, Campagna Abiti Puliti, la sezione italiana della Clean Clothes Campaign, insieme con i sindacati e le organizzazioni per i diritti dei lavoratori, ha chiesto un intervento immediato delle grandi case di moda sostenendo che nella fabbrica dell’orrore venivano realizzati prodotti per grandi marchi europei, anche italiani.

Gli attivisti dei diritti umani sono riusciti ad accedere alle macerie della fabbrica crollata e hanno trovato etichette e documentazione che collega alcuni grandi marchi europei alla carneficina: la spagnola Mango, l’inglese Primark e l’italiana Benetton, oltre ad altri marchi italiani. Sta di fatto che l’azienda veneta si è subito affrettata a far sapere di non aver mai avuto alcuna fabbrica all’interno dello stabile della morte.

Ma sul loro sito web, le aziende tessili elencano tra i loro clienti altrettanti noti brand, tra cui C&A, KIK e Wal-Mart, già noti alle cronache per altre immani tragedie che in Occidente puntualmente sono dimenticate troppo velocemente. Su quei marchi,  scorre il sangue provocato dall’incendio nella fabbrica bengalese Tazreen, dove 112 lavoratori morirono cinque mesi fa o, per quanto riguarda la tedesca KIK, per l’incendio della pakistana Ali Enterprises, dove quasi 300 lavoratori sono morti lo scorso settembre.

Quanto sangue dovrà scorrere ancora per una globalizzazione selvaggia non è una domanda, ma un tragico destino a cui si va incontro.