“Berlusconi in 16 minuti ha sprecato la sua ultima chance”

Francesco Miscioscia analizza il videomessaggio dell’ex premier. E risponde a Francesco Pira sottolineando una parola: etica

Gentile Direttore,

alcuni giorni fa ho letto con interesse l’intervista a Francesco Pira, in cui il professore proponeva un’analisi controcorrente del criticato videomessaggio di Silvio Berlusconi, evidenziando come il Cavaliere avesse fatto ancora una volta “centro”.

miscioSono convinto, come Pira evidenzia, che ogni singola parola dell’ex premier fosse pensata come chiamata alle armi per l’elettorato di centro-destra, il suo elettorato. E nessuno può discutere le doti da prestigiatore della parola, da fagocitatore di istinti e emozioni del Cavaliere, ma la questione per me, come consulente di comunicazione politica, si pone in altri termini, che per una volta non riguardano la contabilità da perenne campagna elettorale a cui fa riferimento il docente dell’Università di Messina.

Nelle condizioni attuali del nostro Paese e dei suoi cittadini sempre meno disposti a essere elettori, poco importa se Berlusconi ha riconquistato tre o quattro punti percentuali: verrebbe poi da dire, rispetto a cosa? Alle ultime elezioni che hanno visto il PdL lasciare per strada milioni di voti, oppure nei confronti della trionfale cavalcata del 2008. Per non dire che oggi pochi sondaggi da urne aperte hanno un senso effettivo, con partiti e schieramenti in vorticoso movimento, leader ancora in cerca di incoronazione, un Governo di larghe intese dalla durata incerta e un possibile nuovo voto vissuto come un pugno nello stomaco dalla maggioranza dei cittadini, indifferentemente a destra come a sinistra.

Il videomessaggio di Berlusconi credo, invece, che segni la sconfitta dell’imprenditore fattosi politico che voleva diventare statista. Quei sedici minuti, che in questo investono con forza la responsabilità di consulenti e uomini di comunicazione del Cavaliere, chiudono, probabilmente per l’ultima volta, la possibilità per l’uomo di Arcore di farsi uomo di Stato, più delle condanne e delle interdizioni probabili.

Le parole di Berlusconi scorrono veloci a confermare un’assenza totale di etica della comunicazione politica, di mancanza di senso dello Stato, in una situazione, è bene ripeterlo, in cui l’Italia avrebbe più di ogni altra cosa bisogno di questo. Ancora una volta risuona l’attacco frontale alla magistratura, con una insopportabile confusione ormai quasi fatta propria dal dibattito pubblico fra giustizia, il fare leggi di cui è titolare il Parlamento e quindi la politica, e il farle rispettare con gli strumenti propri della magistratura. Ancora una volta c’è un gioco di nascondimento e di fuga dalla verità, nello scollegare le vicende della nuova Forza Italia dalle scelte di un Governo che pure da quello stesso nuovo/vecchio partito è sostenuto. Oggi come vent’anni fa, con meno assi nella manica e uno sguardo spento in video che dice più di tante parole d’ordine ripetute ossessivamente, c’è un solo uomo a interpretare le ragioni degli italiani, un solo interesse a coprire tutto il resto.

Inutile ricordare che dalla “discesa in campo” è trascorsa il tempo di un’intera generazione e che quel solo uomo rischia di ritrovarsi un uomo solo, con un Paese in ginocchio difficilmente pronto a seguirlo nuovamente.

I prossimi mesi ci diranno se il Cavaliere vedrà nuovamente trionfare la propria strategia, ma io credo che, allargando il ragionamento a tutte le forze in campo, chi lavora nella comunicazione politica debba iniziare a vedere le cose diversamente, con maggiore attenzione verso un Paese che semplicemente sta voltando le spalle in blocco a chi ci ha governato negli ultimi due decenni. Il senso profondo delle Istituzioni, del bene comune che unico identifica l’interesse di una Nazione, deve tornare al centro delle strategie e delle parole d’ordine della comunicazione. Quel farsi statista che è il vestito che anche questa volta Berlusconi non è riuscito a indossare credo debba essere il primo valore che gli uomini di comunicazione devono riuscire a trasferire a i protagonisti della nuova classe dirigente.

Un insegnamento che giunge chiaro dalla Germania, all’indomani delle elezioni che hanno incoronato per la terza volta la Merkel alla guida del Paese. Un segnale evidente non solo nelle altissime preferenze per la Cancelliera, ma anche e direi, soprattutto, per la vasta partecipazione al voto dei tedeschi, un elemento in assoluta controtendenza rispetto a quanto avviene oggi in tutta Europa. La Merkel, al di là dei differenti giudizi sulle politiche messe in campo in questi anni, ha mostrato con atteggiamenti, stile, impegno, coerenza e competenza cosa differenzi un uomo di Stato da un politico che guarda unicamente a interessi di parte: i tedeschi hanno mostrato di capire e apprezzare, rendendola padrona incontrastata del destino non solo del loro Paese ma dell’intera Europa.

Francesco Miscioscia