Un finto think tank per influenzare l’intelligenza artificiale: la nuova frontiera della propaganda

Centinaia di contenuti pseudo-accademici sarebbero stati pubblicati per entrare nelle fonti utilizzate dai chatbot. Il caso apre un nuovo fronte per comunicazione, reputazione e sicurezza dell’informazione.

Non serve violare un algoritmo per provare a condizionare le risposte dell’intelligenza artificiale. Può bastare costruire intorno a esso una realtà artificiale, popolata da documenti apparentemente autorevoli, analisi pseudo-accademiche e fonti create con il preciso obiettivo di essere riconosciute e citate dai chatbot.

È quanto emerge da un’inchiesta pubblicata dal Guardian, che ricostruisce l’attività dell’“Hanover Institute for Public Policy”, presentato online come un centro studi ma descritto dal quotidiano britannico come privo di una struttura accademica realmente verificabile.

Il progetto avrebbe pubblicato in appena nove giorni 124 articoli, per un totale superiore alle 560 mila parole. Una produzione imponente, organizzata attorno a temi politici particolarmente sensibili e ottimizzata per ottenere visibilità all’interno degli ambienti digitali consultati dai sistemi di intelligenza artificiale.

Dalla SEO alla Generative Engine Optimization

La vicenda mostra quanto rapidamente stiano evolvendo le strategie di influenza online. Se per anni aziende, istituzioni e organizzazioni hanno lavorato sulla SEO per conquistare le prime posizioni nei motori di ricerca, oggi l’attenzione si sposta sulla cosiddetta Generative Engine Optimization.

L’obiettivo non è più soltanto comparire davanti all’utente in una pagina di risultati, ma diventare una delle fonti sulle quali l’intelligenza artificiale costruisce direttamente la propria risposta.

È un cambiamento sostanziale. Il chatbot restituisce infatti una sintesi che può essere percepita come neutrale e completa, mentre la qualità del risultato dipende inevitabilmente dall’affidabilità dei materiali incontrati durante il processo di ricerca o indicizzazione.

La moltiplicazione coordinata di documenti artificiali rischia così di creare una falsa impressione di consenso, trasformando la quantità dei contenuti in un surrogato dell’autorevolezza.

La reputazione può essere fabbricata

Il caso va oltre la propaganda politica e riguarda direttamente il settore della comunicazione. La stessa metodologia potrebbe essere impiegata per migliorare artificialmente la reputazione di un’impresa, screditare un concorrente o orientare le informazioni restituite su prodotti, persone e mercati.

Per brand, agenzie e piattaforme si apre quindi un nuovo terreno di responsabilità. Non sarà sufficiente controllare ciò che compare sui motori di ricerca: occorrerà capire come le intelligenze artificiali selezionano, collegano e gerarchizzano le proprie fonti.

La battaglia per la visibilità digitale sta diventando una battaglia per entrare nella conoscenza delle macchine. E, come dimostra questa vicenda, non tutti intendono combatterla rispettando le stesse regole.