Dell’Opera lirica e della creatività

di Maurizio Badiani

Su Il Corriere di ieri, nella pagina degli spettacoli, un articolo annunciava l’ennesima Tosca di Puccini in versione Camicia Nera.

Mio padre, melomane incallito e tenore mai sbocciato, già negli anni 60 aveva indirizzato una lettera al Ministro della Cultura impugnando il vezzo dei registi lirici di “stravolgere” a loro piacimento i libretti d’opera con l’intento di renderli più “attuali”.

Quel “vezzo” non solo perdura ancora ma sembra quasi che sia diventato il motivo stesso per mettere su qualunque melodramma.

Nell’articolo di ieri non c’era una sola parola sul “cast” della nuova Tosca (Chi canta? Chi è il tenore? Chi è il soprano?Chi è il baritono? E, soprattutto, chi la dirige?) mentre, già nel titolo, compariva – ça va sans dire – il nome del regista.

Orbene se c’è un’opera che non può essere trasposta in un’altra epoca è proprio la Tosca che si svolge – come è risaputo – nell’arco di un solo giorno e di un giorno preciso: il 14 Giugno del 1800.

Ora ambientare la vicenda narrata in un’epoca diversa non solo è una bizzarria ma è un’idiozia assoluta.

Significa non aver capito nulla: né dell’opera né del contesto storico in cui essa è nata.

Puccini scrive Tosca sul finire dell’800 (la “prima” è del 14 Gennaio 1900) in un momento in cui le pietre di porta Pia erano ancora fumanti per le cannonate subite il 20 Settembre del 1870 ad opera dei bersaglieri del Generale Cadorna. 

C’erano volute quelle cannonate per poter relegare il papa Pio IX nella dorata “riserva” del Vaticano.

Pochi anni prima che l’opera pucciniana nascesse (precisamente nel Giugno del 1889) era stato innalzato in Campo dei Fiori a Roma – avversato con parole di fuoco dai papalini – il monumento a Giordano Bruno paladino di tutti i “liberi pensatori”.

La Tosca Pucciniana nasce in questo clima fortemente anticlericale. 

Spostare la vicenda narrata in un’altra epoca (qualunque essa sia, il ventennio o gli anni ’60) vuol dire tradirne completamente lo spirito.

Oltre a dar vita a delle gag esilaranti.

Vedere dei personaggi mascelluti e col fez accogliere la ferale notizia che “Napoleone ha vinto a Marengo!” beh è surrealismo puro, degno di un Dadaista in vena di provocar risate. 

E che dire della “spenta Repubblica Romana” (anno 1799) citata a gran voce dal tenore nel 1°atto?

Ricavo dallo stesso articolo che il rivoluzionario Cavaradossi in questa “aggiornata” versione dell’opera non viene più fucilato da un plotone di esecuzione ma da un militare che, all’improvviso, gli spara una pistolettata. Se è davvero così mi chiedo: che cosa succede alla trama e ai dialoghi tra Tosca e Cavaradossi dell’intero ultimo atto? Che senso hanno i loro “accordi” e i consigli dati da Tosca al suo amante su “come far finta di morire” se non c’è più una fucilazione “prevista” ma solo una pistolettata data all’improvviso da uno sgherro prezzolato?

Ora a voi cari registi surrealisti che – giusto per épater les bourgeois – fate scempio di ogni libretto d’opera su cui mettete le mani vorrei spiegare in due righe che cos’è la ” creatività applicata “, quella che ho dovuto mettere in pratica ogni giorno per 44 anni. Quella che chiamo creatività applicata non è una creatività fine a sé stessa (quella è privilegio degli artisti d’avanguardia), ma una creatività “funzionale” che ha l’obbligo di rispettare un brief preciso e, soprattutto, ha il dovere sacrosanto di “rispettare sempre il prodotto”. E cos’è un’opera lirica se non un prodotto culturale? La vostra fortuna, cari miei registi degli stivali (o degli stivaloni), è che non avete un cliente che vi mandi a quel paese, che sbatta il pugno sul tavolo gridandovi in faccia “Ma che cavolo di creatività è questa?! Questo non è più il mio prodotto! Lo state tradendo!”. 

Perché i vostri clienti – i Puccini, i Verdi, i Donizetti, i Rossini –  sono morti e sepolti da tempo. 

Altrimenti, davanti alle vostre astruserie, vi avrebbero preso certamente a pedate nel di dietro.