ViziPubblicitari – Perchè complicarsi la vita?

di Federico Unnia

America first l’abbiamo sentito ripetere molte volte nel quadriennio della Presidenza Trump. A questa iniziativa si è affiancata per molti anni la campagna a supporto del consumo di prodotti americani, intesi nel vero senso della parola. Ovvero fatti in America con materiale proveniente dagli States. Un modello di consumo che doveva sostenere l’economia americana e rilanciare la crescita del Pil.

Qualcuno, vedi Walmart, ha travisato l’iniziativa americana, spacciando nella sua promozione sul web prodotti che non potevano ritenersi rispondenti al dettato Made in Us.

Secondo la definizione di  Made in Usa adottata dalla Federal Trade Commission, solo i prodotti interamente  realizzati negli Stati Uniti possono essere commercializzati come “made” negli Usa o “made” in America. L’utilizzo di termini come “prodotto” e “costruito” suggeriscono ai consumatori l’idea che il prodotto pubblicizzato sia del tutto prodotto negli Stati Uniti, il che significa che non contiene del tutto – o in percentuale trascurabile – elementi che vengano da altri Paesi.

Quando si fa ricorso ad affermazioni distintive come “Made in Ua con parti nazionali e importate”, la Ftc richiede che questa specifica sia portata a conoscenza del consumatore in modo evidente ed immediatamente percepibile.

In uno spot televisivo “Made in America” ​​andato in onda durante i playoff della National Football League durante il fine settimana, per il quale ha speso più di 8 milioni di dollari, Walmart ha fatto un uso scorretto di questa specifica, suggerendo falsamente che “made” in America avesse lo stesso significato di “prodotto”, “coltivato”, “assemblato” o “acquistato” negli Stati Uniti.  

Sulla base di questa definizione più ampia di “made” negli Stati Uniti, lo scorso autunno Walmart ha affermato in un annuncio sulle piattaforme social che “due terzi dei prodotti proposti sulla sia piattaforma sono realizzati in America”. 

TINA.org, associazione attiva nella tutela dei consumatori ha analizzato in dettaglio i prodotti offerti, giungendo alla conclusione che in molti casi il prodotto venduto non poteva qualificarsi come made in Usa.

In particolare, le informazioni sul paese di origine nelle pagine dei prodotti di oltre 40 elenchi “made in usa” hanno mostrato che i prodotti contengono parti importati non realizzate in America.

Con sorpresa si scopre quindi che il sito Walmart elenca solo circa 2.000 prodotti ricercati azionando il filtro di ricerca “Made in Usa”, del tutto diverso rispetto a quanto invece vantato (quasi due terzi dei suoi prodotti sono realizzati in America).

Insomma, si sarebbe innanzi ad una comunicazione ingannevole, come tale in grado di spingere milioni di consumatori a credere di acquistare prodotti interamente Made in Usa quando di fatto molti componenti provengono da altri mercati, Cina in primis.

L’interesse per i prodotti Made in Usa è cresciuto  anche per effetto della pandemia che ha messo sotto i riflettori le catene di fornitura globali, sollevando tra i consumatori preoccupazioni sui paesi di origine. Sulla base dei propri dati, Walmart afferma che il “Made in Usa” è un forte motore delle decisioni di acquisto, secondo solo al prezzo, e che “l’85% delle mamme ha affermato che è importante per un rivenditore vendere prodotti Made in Usa”.

Insomma, chiarezza nei termini e il ricorso ad una maggiore prudenza nel proporre prodotti il cui acquisto è incentrato sulla sua provenienza americana potrebbero essere una soluzione rispettosa per i consumatori e i concorrenti.