Franco Moretti: omaggio a un maestro

di Maurizio Badiani

Sono passati 6 anni da quando Franco Moretti ha abbandonato quel set che era per lui la vita. Giusto pochi giorni prima che il suo cuore generoso lo tradisse per sempre l’avevo incontrato ad una bellissima festa degli Ex McCann, festa gremita di facce sorridenti perché in McCann Erickson, almeno quella che ho conosciuto io, si stava bene davvero. Dopo un abbraccio affettuoso, alla domanda “Come stai?” mi aveva risposto con la sua formula preferita: “Da Dio!”. 

Franco Moretti

Franco infatti non conosceva mezze misure. Ogni volta che mi passava un brief non mancava mai di aggiungervi: “Maurizio… più grande della vita!”.

La frase, anche senza verbo, funzionava perfettamente dal momento che io sapevo a menadito cosa Franco mi stesse chiedendo. Con quel suo “Più grande della vita!” Franco voleva dirmi “Maurizio vola alto, fammi una campagna che si veda, che buchi lo schermo, che si ricordi, che faccia fare wow a chi la vede, che eviti le secche del banale e del già visto, e non preoccuparti della parte economica, tu trova una bella idea, penseremo poi insieme a confezionarla magnificamente anche perché i nostri clienti hanno le spalle forti, e poi ricordati che noi siamo la McCann Erickson, l’agenzia n.1, la più grande d’Italia e, soprattutto, la migliore!”. 

Tutto questo, e molto di più, stava condensato in quel breve invito buttato lì con nonchalance. Non c’era bisogno di aggiungere altro perché io e Franco ci intendevamo al volo. 

Ci eravamo conosciuti molti anni prima a New York dove entrambi facevamo parte del cosiddetto New York Team, un manipolo di creativi privilegiati provenienti da ogni parte del mondo che avevano l’onore (e l’onere) di lavorare per i più grandi e importanti clienti internazionali dell’agenzia.Tra questi c’era la Coca Cola. Uno dei nostri compiti era quello di ideare commercial che fossero in grado di superare le barriere nazionali e adattarsi ai diversi target del mercato mondiale. 

Il mio inglese era quello di un principiante. Franco invece conosceva ogni sfumatura della lingua d’Albione anche se la parlava con un forte accento che sapeva di Australia, “paese” che gli aveva aperto le porte del successo come pubblicitario. 

Insieme, nella Grande Mela, formavamo una strana coppia. Io buttavo giù i miei script in italiano. Franco metteva in inglese quelli che gli piacevano e li sottoponeva al cliente di Atlanta per l’approvazione. Il nostro tandem funzionava. 

Dei tanti commercial che avevo partorito, due ebbero l’onore di essere girati. Ne ricordo uno in cui un bambino, su una spiaggia, si perdeva in mezzo a un labirinto di ombrelloni. Ansia, apprensione, finalmente il megafono dava l’annuncio del ritrovamento. Sotto il sole cocente, sorrisi e brindisi a base di Coca Cola chiudevano il commercial nel più lieto dei lieti fini. Unica modifica richiesta da Atlanta: sostituire il bimbo con un cagnolino. Riduceva, dissero, la dose di ansia. 

Per un altro film, destinato ai paesi arabi, dovemmo disegnare uno storyboard ad hoc visto che non ci era permesso mostrare ragazzi e ragazze nella stessa inquadratura. In un frame bevevano le fanciulle. In un altro i maschietti. 

Chissà se oggi, da quelle parti, qualcosa é cambiato. 

Più grande di me, come età e come “grado”, Franco si comportò sempre nei miei confronti non come un capo ma come un affettuoso fratello maggiore, pieno di premure e di consigli.

“Ricordati Maurizio – era uno dei suoi refrain più adottati – se vuoi, puoi anche togliere la musica da un film ma prima devi aver trovato almeno 10 buone ragioni per farlo”. 

E di “ragioni” per darmi quell’insegnamento Franco ne aveva da vendere. Come dire di no proprio a lui che aveva voluto e “firmato” la splendida saga degli spot di Brooklyn, la Gomma del ponte, a cui Franco non aveva dedicato dei commercial ma dei veri e propri omaggi ad un’ America che conosceva a fondo e che amava di un amore incondizionato. 

Come dire di no a chi aveva commissionato a uno sconosciuto Joe Trio (alias Joe Cerisano) quel magico pezzo che si chiama Back Home colonna sonora di un film indimenticabile in un cui un soldato Americano torna dalla sua lei, dopo aver attraversato spazi sconfinati, “più grandi della vita”.

Se, rivedendo quel film e ascoltando quella musica, vi prende una botta di struggimento e di malinconia, un brivido vi corre per la schiena e un groppo vi serra la gola, il merito – o la colpa – dateli pure a Franco.