Indicare in etichetta se il prodotto viene dai territori occupati

613

di Federico Unnia

La Corte di Giustizia  impone chiarezza ai prodotti che provengono dal Golan striscia di gaza e Cisgiordania

Federico Unnia

Gli alimenti provenienti da un territorio occupato da Israele devono recare non solo l’indicazione di detto territorio, ma anche la circostanza che si tratti di un insediamento israeliano all’interno del suddetto territorio. Proprio mentre a causa coronavirus alcuni Paesi EU chiedono a gran voce sia indicata la provenienza di prodotti alimentari italiani da zone virus free, passa inosservata una importante decisione della Corte di Giustizia in merito alla presunta ingannevolezza delle etichetti di prodotti provenienti dai c.d. territori occupati da Israele. 

Il caso – deciso con la sentenza C-363/18 del 12 novembre 2019 – riguarda infatti il  parere reso dal Ministero francese dell’Economia e della Finanza in merito all’etichettatura dei prodotti alimentari provenienti dai territori occupati da Israele,in particolare quelli provenienti dagli insediamenti delle alture del Golan, della striscia di Gaza e della Cisgiordania. 

La vicenda risale a 5 anni fa quando la Commissione Europea approvò una comunicazione concernente le modalità attraverso le quali doveva essere indicata la provenienza dei prodotti realizzati in tali territori.

Il tutto poggiava sul fatto che, secondo il diritto internazionale, non si poteva riconoscere la sovranità di Israele su quei territori, che di conseguenza non sono  parte del territorio. Da qui derivava che l’indicazione “prodotto di Israele” fosse ritenuta non veritiera e configurasse un’ipotesi di messaggio ingannevole. 

Il Ministero francese aveva pertanto ritenuto che tali indicazioni fossero dichiarate ingannevoli, dovendosi così integrare espressioni quali “prodotto delle alture del Golan” o “prodotto della Cisgiordania”con la precisazione “insediamento israeliano”. 

A seguito dei ricorsi presentati da alcune organizzazioni di produttori   al Consiglio di Stato francese chiedendo l’annullamento del parere, l’organo amministrativo decideva di sospendere il giudizio, investendo della questione la Corte di Giustizia con il quesito  se il  regolamento “imponesse per i prodotti provenienti dai territori occupati di Israele l’indicazione sia del territorio, sia del fatto che provenga da un insediamento israeliano”. 

La Corte, premesso che il Regolamento prevede che l’indicazione del paese di origine o del luogo di provenienza sia obbligatoria nel caso in cui la sua omissione possa indurre in errore il consumatore in merito al paese di origine o al luogo di provenienza, ha ricordato che “i territori occupati da Israele del 1967 –la Cisgiordania e le alture del Golan– sono, secondo il diritto internazionale umanitario, territori soggetti a giurisdizione limitata di Israele: per quanto riguarda la  Cisgiordania perché il popolo palestinese che vi risiede non gode del diritto di autodeterminazione; per quanto riguarda le alture del Golan perché fanno parte di uno stato diverso da quello di Israele, ovvero la Siria”. 

Alla luce di questo fatto la Corte di Giustizia ha ritenuto che per i prodotti provenienti da questi paesi un’indicazione che li descrivesse come provenienti dallo stato di Israele fosse decettiva ai danni dei consumatori.

Secondo la Corte “gli insediamenti israeliani di cui si tratta sono caratterizzati dal fatto di dare attuazione a una politica di trasferimento della popolazione condotta dallo stato di Israele in contrasto con le norme del diritto internazionale umanitario”. Pertanto, le informazioni fornite ai consumatori devono essere tali da consentire agli stessi di effettuare scelte consapevoli e rispettose di condizioni sanitarie, economiche, ambientali sociali ed etiche.