Sciopero nel calcio, un calcio allo sciopero

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di Giacomo Aricò

A braccetto con un atipico caldo africano di fine agosto, la passione di milioni di italiani si stava finalmente riaccendendo per la prima giornata del campionato di calcio di Serie A. Dopo aver divorato Gazzette e quotidiani sportivi sotto il sole, l’attesa stava per essere premiata per tutti i sostenitori, divisi tra chi le partire se le va a vedere allo stadio e tra chi invece se le gusta sul proprio divano con le pay tv. Invece s’è rimasti tutti a bocca asciutta, senza capire il come e il perché. Sciopero dei calciatori, non si gioca. Una vicenda in realtà non nuova, che si trascina da più di un anno e che mai e poi mai aveva seriamente preoccupato gli spettatori paganti di questo sport che spesso non era stato capace di fermarsi nemmeno davanti ad episodi di violenza e di sangue perché “lo spettacolo continua”.
Come detto si tratta di una disputa iniziata il 30 giugno 2010 quando è scaduto l’Accordo collettivo sottoscritto tra FIGC (Federazione Italiana Giuoco Calcio), LNP (Lega Nazionale Professionisti) e AIC (Associazione Italiana Calciatori). Un contratto che, oltre quanto già previsto dalla legge 91 del 1981 (che costituisce la norma generale sui rapporti tra società e sportivi professionisti), “disciplina il trattamento economico e normativo dei rapporti tra calciatori professionisti e Società partecipanti ai campionati di Serie A e B”. Già il campionato scorso, in mancanza di una rinnovata intesa, si era quasi giunti allo sciopero. Era il dicembre 2010 ed erano ben otto i punti della controversia che vedeva opposti giocatori e società. All’epoca il Presidente dell’AIC era Sergio Campana e lo sciopero venne scongiurato con un accordo verbale: la Lega disse che avrebbe accettato e firmato. In realtà alle parole non sono seguiti i fatti e dopo aver aspettato la fine della stagione 2010/2011, la situazione era ancora incompiuta. Intanto l’ex giocatore della Roma Damiano Tommasi nel maggio 2011 ha sostituito Campana alla presidenza (dopo 43 anni) e all’inizio di questo bollente agosto a gran voce rende pubblica la situazione e avverte: “Gli accordi conclusi tra la delegazione dell’Assocalciatori e la delegazione della Lega serie A e certificati dalla Figc nel mese di dicembre 2010 sono stati disattesi dall’Assemblea delle società con una scelta sorprendente ed inaccettabile. In conseguenza di ciò, permane oggi un inammissibile periodo di deregolamentazione che lede le nostre tutele non di carattere economico e che potrebbe, ai sensi della legge 91/81, mettere in dubbio la validità dei nostri contratti. Per quanto possa sembrare assurdo, l’Italia è oggi l’unico paese calcisticamente evoluto nel quale non esistono precise norme contrattuali in vigore per tutti i tesserati. Riteniamo, quindi, che senza la firma dell’accordo collettivo – concludono i capitani di serie A – non sia possibile cominciare un nuovo campionato e, per questo motivo, siamo certi che la Lega serie A terrà fede agli impegni assunti sottoscrivendo il Contratto già siglato dall’Assocalciatori in data 30 maggio 2011”. La lettera è firmata da Tommasi e da tutti i capitani delle squadre di serie A.
Il presidente della Lega Maurizio Beretta però risponde così: “A queste condizioni non firmeremo mai, e d’altra parte non si vede perché dobbiamo sottostare con Tommasi a una minaccia, che non abbiamo accettato con Campana. I margini per un accordo però ci sono, basta venirsi incontro”.
Il mese passa e la firma non arriva. Arriviamo così al nocciolo della questione ovvero ai due punti di disaccordo che hanno reso anomalo questo ultimo weekend. Il dissenso è su due punti dell’accordo, l’articolo 4 e l’articolo 7. A proposito dell’articolo 7, le società vorrebbero introdurvi un comma che permetta l’allenamento separato di alcuni giocatori, ma i calciatori lo rifiutano dicendo che darebbe alle società un mezzo per fare pressioni sui giocatori non più graditi e che si vuole spingere alla cessione, escludendoli dal gruppo principale della squadra, con ripercussioni anche morali di non poco conto. Passando all’articolo 4, la questione si fa economica: i calciatori non accettano l’inserimento di un comma o di un allegato al contratto che permetta alle società di scaricare sui giocatori il costo di tassazioni straordinarie decise dal governo, come il contributo di solidarietà che dovrebbe essere inserito nell’ultima manovra finanziaria. Questo contributo di solidarietà scaturisce dal decreto di Ferragosto che ha introdotto un prelievo straordinario sui redditi sopra i 90mila euro (5%) e sopra i 150mila (10%). Chi guadagna tanto deve versare per tre anni questo surplus al Fisco. La questione nasce perché molti contratti stabiliscono il compenso netto dei calciatori, e le tasse rimangono interamente a carico delle società. Come scrive il “Sole 24 ore”: “la società è obbligata a svolgere il suo ruolo di sostituto d’imposta e quindi ben potrebbe trattenere sullo stipendio, oltre all’aliquota ordinaria, anche il contributo di solidarietà. Ma i club temono che successivamente, nei casi in cui il contratto faccia esplicito riferimento a un compenso netto da garantire comunque al calciatore, potrebbero essere portate in tribunale. Sarebbe difficile a quel punto evitare una condanna alla restituzione di quanto trattenuto”.
Una disputa che intende fasciarsi la testa con anticipo visto che occorre ricordare che il contributo di solidarietà non è ancora diventato legge e non è quindi possibile sapere che cosa prevederà nello specifico. Viene da ridere, amaramente, che gli ostacoli siano economici per chi guadagna così tanto e che poi viene incitato, sostenuto e applaudito da chi lavora e non gioca, da chi suda sette camicie e fatica ad arrivare a fine mese. Fatto sta che la firma non è arrivata e che anche la proposta della FIGC rappresentata dal presidente Giancarlo Abete, 20 milioni come fondo di investimento per le società nel triennio 2011-2013, è stata rifiutata dalla Lega. La votazione aveva visto 18 voti contrari e due favorevoli a questo accordo collettivo (Cagliari e Siena). Lo scorso venerdì l’Assocalciatori con Tommasi in prima persona era rimasto in attesa di un risposta a seguito di una nuova apertura per cercare l’accordo e giocare. Un contratto ponte con scadenza fissata a giugno 2012 che avrebbe permesso di scongiurare lo sciopero e ridiscutere poi i punti cruciali. Ma anche qui il no è stato secco con Beretta che spiega: “Non si capisce perché dovremmo firmare un accordo ponte che ricalca quello ipotizzato all’origine della vertenza da Campana. D’altra parte la nostra assemblea è stata chiara: noi possiamo siglare un accordo solo se contiene i due punti in discussione, quello sul contributo di solidarietà e quello sugli allenamenti dei fuori rosa”.
Abete dà l’ufficialità dello sciopero e i tifosi lasciano la propria bandiera nell’armadio. A dire il vero non si tratta di un vero e proprio sciopero in quanto questa prima giornata di campionato è semplicemente rinviata, il campionato rimarrà di 38 giornate, mica di 37. I media intanto ne parlano cercando di andare a fondo del problema, cercando di risolvere la questione in nome dei tifosi e del loro lavoro. Tra i quotidiani l’indignazione è stata forte, un senso di vergogna. Anche in tv SkySport ha più volte manifestato il suo dissenso trasformatosi poi in rammarico a decisioni ormai prese. Le pubblicità delle partite già giravano, in onda anche lo stesso venerdì 27 agosto. Giornalisti con le facce scure, quasi imbarazzati davanti agli occhi di milioni di tifosi che pagano gli abbonamenti per vedersi tutte le partite della propria squadra. Hanno trasmesso amichevoli di serie A frettolosamente organizzate dopo la rottura e meno male che ieri all’estero c’è stata una pioggia di gol: le partite di Manchester United e Real Madrid non sono mancate su Sky che in qualche modo ha addolcito il fine settimana di chi avrebbe voluto vedere marcature italiane. Uno sciopero che però non ha cambiato programmi e palinsesti. Ieri sia Sky che Mediaset hanno proposto le solite trasmissioni, regolarmente partite, che anziché commentare dei goal hanno commentato la paradossale situazione. Ed hanno fatto di più, perché sia nel pomeriggio su “Sky Calcio Show” che la sera a “Controcampo – Linea Notte”, le redazioni sono stati capaci di mettere di fronte proprio i due protagonisti della disputa: Damiano Tommasi e Maurizio Beretta. Un botta e risposta che non ha portato ad una conclusione positiva, nonostante la mediazione dei conduttori e dei giornalisti presenti. Nella serata però Tommasi ha disteso i toni, rassicurando che la seconda giornata (il 10 settembre) si giocherà, certo che i motivi del dissenso sono risolvibili. La paura di uno slittamento ulteriore era nell’aria, d’altra parte era stato lui stesso a dire che “senza firma non giocheremo”. Da oggi riprendono i lavori di mediazione, non più in uno studio televisivo ma in luoghi più riservati. Esibire ai tifosi i “colpevoli” della faccenda è stato un atto di responsabilità verso chi in fondo permette tutto questo sistema. Ieri sera su Sky hanno lanciato un sondaggio, “chi ha maggiori colpe?” chiedevano. La risposta è stata “i calciatori”. È però difficile e forse sbagliato decidere con chi stare. Gli unici che ci rimettono sono i sostenitori paganti, tifosi che viaggiano e spendono danaro in trasferte anche lontane. Spettatori nello stadio o sul divano, che attraverso la loro passione hanno reso semplici giocatori di calcio, gente che tira calci ad un pallone tutti i giorni, in milionari e super divi. Il rispetto va soprattutto a loro, prima ancora che società e giocatori. L’accordo collettivo dovrebbero firmarlo i tifosi, coloro che tengono in piedi tutta la baracca. E se già la maggioranza delle persone si chiede come sia potuto accadere tutto ciò, figuriamoci i bambini che vorrebbero avvicinarsi a questo mondo, rincorrendo un sogno rotondo come un pallone. Comprano le magliette, le sciarpe e aspettano che il loro campione li renda felici con un goal. Cosa ne devono sapere loro di accordi collettivi o di allenamenti separati? Il contratto collettivo è tacitamente preso anche con loro, con gli adulti, con chi guadagna molto meno ma investe molto di più. Toccando il portafoglio e seguendo la passione. Trascurati, consapevoli che tanto il calcio lo seguiranno sempre e comunque. Ed è qui l’equivoco. Perché se questo weekend gli stadi sono rimasti vuoti per colpa loro, la prossima volta dovrebbero rimanere ancora vuoti. Con i giocatori che rincorrono il pallone sul campo e gli spalti deserti che causano mancati incassi. Sono i tifosi che dovrebbero scioperare, alla faccia di accordi collettivi e questioni così irriconoscenti che meriterebbero di rimanere nell’armadio insieme alla bandiera.