Sotto coi brand: col franchising gli affari sono garantiti. Ecco chi “tira” di più

E’ l’unico settore in crescita negli anni della Grande Crisi. E nei punti vendita, chance soprattutto per giovani e donne. Assofranchising: “Ma è assurdo che lo Stato non ci favorisca”

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Un totale di addetti attorno ai 190.000 lavoratori, cifra che si prevede sia per il 2013 che per il 2014 in aumento del 3-4%. Un giro di affari aumentato in piena crisi (dal 2009 al 2012) del 4,4%, insegne operative cresciute del 14,1%, punti vendita dell’1,6% e, soprattutto, occupazione in crescita, sempre in questi ‘fatidici’ 4 anni, del 4,6%. Non e’ un libro dei sogni ma e’ la fotografia di uno di quei settori che, nonostante la crisi , regge e da’ lavoro: il franchising, vale a dire quella forma di impresa che si realizza attraverso un’affiliazione commerciale a un noto marchio, mantenendo pero’ autonomia imprenditoriale.

franchising

Ed e’ un’impresa in gran parte ‘giovane e donna’: l’eta’ media dei franchisee (gli affiliati al brand) e’ per l’80% sotto i 45 anni e piu’ del 38% degli affiliati sono donne.

“Il settore e’ da decenni che si muove bene sul mercato dell’economia e anche in momenti di particolare crisi come questi 4 anni di difficolta’ e di depressione di consumi, il settore ha maturato performance positive”, conferma a Labitalia Italo Bussoli, segretario generale Assofranchising, organizzazione di rappresentanza del franchising italiano cui aderiscono marchi come Carpisa, Carrefour, Euronics, Gabetti, Ibis Hotel, Upim, Yamamay, tanto per citare alcuni dei piu’ famosi.

Tutti i parametri del settore, aggiunge Bussoli, risultano positivi e in crescita anche in anni di crisi: “Il numero dei franchisor, cioe’ dei marchi – dettaglia Bussoli – il numero dei franchisee cioe’ gli affiliati, il fatturato complessivo del settore e il numero degli addetti al mondo del franchising, intesi sia come i titolari dei punti vendita sia come i loro dipendenti. Il che significa – dice Bussoli – che questo settore ha una sua capacita’ di tenuta al di la’ delle crisi congiunturali. Il franchising, poi, e’ di per se’ un incubatore di nuovi imprenditori perche’ l’affiliazione commerciale prevede che ci siano due figure imprenditoriali indipendenti, legate da un network e legate da una possibilita’ di essere meglio performanti sul mercato”.

Il franchising che piace agli italiani, dice Bussoli “dipende molto dal momento”. “Fino a tre-quattro anni fa avrei detto che il settore che tirava di piu’ era quello dell’immobiliare: c’erano crescite importantissime. Ora invece sta soffrendo molto, mentre sta aumentando la sua presenza sul mercato il franchising dei servizi. Altro settore in buona salute e’ quello della ristorazione sia slow che fast food: vanno bene piadinerie e focaccerie. Il settore moda (non alta gamma ma mass market) funziona di piu’ per donna e bambino meno per uomo, cosi’ come crescono profumerie ed estetica. In forte crescita il settore delle cliniche dentali e quello delle sigarette elettroniche che pero’ ancora – precisa Bussoli – non viene annoverato perche’ devono passare due anni prima di inserire un nuovo settore”.

Le principali difficolta’ che trovano gli operatori nell’aprire un punto vendita “sono quasi unicamente il trovare i finanziamenti”, osserva Bussoli. “Lo Stato non fa quasi niente, qualcosa ha fatto Invitalia che fino a poco tempo ha aiutato chi era disoccupato con un prestito, in parte anche a fondo perduto, ma la misura non e’ stata rinnovata e stiamo spingendo perche’ la misura sia riattivata”.

Poi ci sono le banche “che dovrebbero aiutare le start up: noi abbiamo una buona convenzione con una banca primaria nazionale che, senza garanzie reali e fino a 100.000 euro, si mette nelle condizioni di favorire le start up utilizzando la reputazione dei marchi che fanno parte di Assofranchising”.

“Ma e’ assurdo – conclude Bussoli – che lo Stato non favorisca l’unico settore che in questi anni ha dato lavoro a giovani e donne”.