ISTINTO E IMPRESSIONI- Proposta

1957

di Maurizio Rompani

Come era facile prevedere, tutto questo fare riferimento all’etica non ha portato a nulla. Anzi, non abbiamo mai visto, come in questo periodo, un fiorire di atti e parole contrari al bene pubblico, al vivere sociale, al rispetto degli altri.
Eppure non c’è discorso, articolo di giornale, rappresentazione televisiva che non inizi con l’oratore, novella Giovanna d’Arco nella sua lucente corazza, tutto preso a sventolare un gonfalone con scritta la parola etica. Siamo al punto che anche chi sta portando alla fame metà del mondo lo fa in nome di un suo codice etico.
La spiegazione è facile. L’affidarsi ai codici, alle norme, senza alcuna vera condivisione non regge nei momenti di vera tensione, come quello che stiamo affrontando. Se pensiamo che in fondo l’etica si riflette nell’ atto della riflessione, quello che può interrompere lo svolgimento di altri atti, che può produrre una presa di distanza da ciò che stiamo facendo, allo scopo di comprendere meglio una certa situazione e di trarre indicazioni per i comportamenti futuri, capiamo benissimo quanto siano distanti le normative e i codici nati ultimamente a getto continuo.
Non c’è da stupirsi. Ciascuno di noi vive in un suo mondo autoreferenziale , che ha obbligatoriamente al centro noi stessi e il nostro interesse. Un mondo che non può permettersi di fermarsi a riflettere sul perché del suo modo di essere, con il rischio di guardarsi allo specchio e di vedere il nulla riflesso. E’ un mondo nostro, con una complessiva e non necessariamente esplicita concezione del bene, con un suo stile di vita. Quello che una volta si identificava con una identità culturale o religiosa condivisa, oggi è semplicemente e soltanto il modo di sentire e di giudicare di una comunità ristretta. Una condivisione ristretta e basata sulla difesa del particolare, del vantaggio personale. Questo continuo appellarsi all’etica è semplicemente un alzare palizzate a difesa del particolare, un arrogarsi la ragione a scapito dell’altro.
E se provassimo a separare i concetti? Non parlo di separare l’ethos dall’etica, entrando in uno scenario filosofico troppo complesso e quindi non adatto al mondo dell’apparenza .
Creiamo due etiche.
Una mediatica, aziendale, corporativa, una griffe da esibire con orgoglio. Diamogli pure il valore di una identità collettiva che non può sussistere se non come parte di una identità personale, che può essere condivisa e darci un determinato ordine di priorità. Certo non una identità basata sulla condivisione di valori nati dall’approfondire il senso dell’agire, quello relativo alla domanda sul perché io faccio o debbo fare qualcosa, ma basata dalla condivisione del vantaggio. Lasciare a questa etica il palcoscenico con le sue luci della ribalta, delegando alla bravura e alla dialettica, perché no al fascino, dell’esperto di turno il suo successo. Creiamo anche un vero e serio marketing dell’etica.
La seconda, forse riservata a pochi. A chi pensa che l’etica sia il metascenario del dovuto da ciascuno a tutti. Un qualcosa di intimo, non da esibire. Vivere l’etica come il formarsi di una conoscenza sempre più ricca e precisa del mondo, con il fine di poter valutare, con una approssimazione sempre migliore, la qualità degli effetti delle proprie scelte d’azione. Un ambito di realizzazione specifica nel dovere etico per conoscere meglio lo spazio della propria esistenza, sapendo che è inevitabilmente anche quella degli altri. Un percorso di libertà che trova il suo alimento nella formazione culturale e nella crescita della consapevolezza critica.
Ma sempre ricordandoci che il “ciascuno” cui facciamo riferimento siamo noi e i “tutti” gli altri. Difficile in una etica mediatica che stravolgendo vede se stessa la regola del dovuto da parte di tutti a noi, anzi a ciascuno di noi.
La bellezza sta anche nell’essere fuori moda e forse è un bene che pochi lo capiscano.