Pubblicità e combustibili fossili, mai così tanti contratti tra aziende e agenzie

Il rapporto 2026 di Clean Creatives censisce 1.321 collaborazioni in tutto il mondo. Coinvolte 386 imprese del settore energetico e 802 società di pubblicità e pubbliche relazioni. Omnicom, WPP e Publicis figurano tra i grandi gruppi con il maggior numero di rapporti.

Le relazioni tra l’industria dei combustibili fossili e il mondo della comunicazione hanno raggiunto un nuovo massimo. Nel 2026 sono stati individuati 1.321 contratti tra aziende del petrolio e del gas e agenzie di pubblicità o pubbliche relazioni, il numero più alto registrato finora.

A sostenerlo è una nuova ricerca di Clean Creatives, movimento internazionale che invita le società di comunicazione a rinunciare agli incarichi provenienti dall’industria fossile. L’indagine ha preso in esame documenti pubblici, campagne e contenuti diffusi sui social media per ricostruire i rapporti commerciali esistenti.

Secondo il rapporto, 386 aziende attive nei combustibili fossili, distribuite in 73 Paesi, avrebbero lavorato con 802 agenzie. Tra i grandi network internazionali più coinvolti figurano Omnicom, WPP e Publicis.

I numeri riaprono una questione che accompagna da tempo l’industria della comunicazione: quale responsabilità hanno agenzie e professionisti nella costruzione della reputazione di imprese il cui impatto ambientale è oggetto di forti contestazioni?

Dalla sostenibilità alla sicurezza energetica

La comunicazione delle aziende energetiche sta cambiando linguaggio. Accanto ai tradizionali messaggi sulla sostenibilità e sulla transizione ecologica compaiono sempre più frequentemente temi come la sicurezza energetica, la stabilità economica, l’occupazione e l’interesse nazionale.

Nelle campagne realizzate nei Paesi occidentali, petrolio e gas vengono spesso presentati come elementi indispensabili alla prosperità e all’autonomia delle nazioni. In altre aree del mondo, invece, la comunicazione tende a collegare le aziende energetiche allo sviluppo, all’identità culturale e al miglioramento delle condizioni di vita.

Il rapporto cita, tra gli altri, casi nei quali Equinor ha posto l’accento sulla sicurezza degli approvvigionamenti e Chevron ha collegato la propria storia all’idea di progresso americano.

La crisi internazionale e le tensioni sui mercati energetici hanno reso questi argomenti ancora più centrali. La comunicazione non cerca soltanto di migliorare l’immagine delle imprese, ma di presentare il settore come una componente necessaria della vita economica e sociale.

Il confine con il greenwashing

L’aumento degli incarichi arriva mentre autorità e organismi di autoregolamentazione intensificano l’attenzione sulle dichiarazioni ambientali. La questione riguarda soprattutto quei messaggi che enfatizzano singoli investimenti nelle energie rinnovabili senza rappresentare correttamente il peso ancora occupato dalle attività legate ai combustibili fossili.

L’Advertising Association britannica ha ricordato l’esistenza di controlli e iniziative come Ad Net Zero, attraverso le quali il settore pubblicitario prova a ridurre le emissioni e contrastare le comunicazioni ambientali ingannevoli.

Per Clean Creatives, però, gli impegni volontari non sono sufficienti se i principali gruppi continuano ad accettare incarichi dalle aziende petrolifere e del gas.

Il tema investe direttamente il futuro delle agenzie. Le società di comunicazione sono chiamate a valutare non soltanto la redditività degli incarichi, ma anche le conseguenze sulla propria reputazione, sulla capacità di attrarre giovani talenti e sulla coerenza con gli obiettivi ambientali dichiarati.

Con 1.321 collaborazioni censite, il 2026 mostra che il rapporto tra industria fossile e comunicazione è ancora molto stretto. La discussione non riguarda più soltanto ciò che le aziende energetiche affermano nelle campagne, ma anche chi decide di aiutarle a costruire quel racconto.