Quando abbiamo smesso di fare domande?

di Mario Modica

C’è stato un tempo in cui il mestiere del giornalista cominciava quasi sempre nello stesso modo: con una domanda.

Non con una risposta già pronta. Non con una tesi da dimostrare. Non con un comunicato stampa da copiare. Con una domanda.

Chi? Perché? Come è successo? È davvero così? Chi lo dice? Cosa c’è dietro? E soprattutto: cosa non sto vedendo?

Erano domande semplici. Qualche volta persino ingenue. Ma avevano una caratteristica fondamentale: nascevano dalla curiosità.

Oggi viviamo nel tempo delle risposte.

Ne abbiamo una per qualsiasi cosa. Basta prendere in mano uno smartphone. Google ci risponde, i social ci rispondono, Wikipedia ci risponde, i motori di ricerca ci rispondono. Adesso anche l’intelligenza artificiale ci risponde.

E lo fa in pochi secondi.

È straordinario. Sarebbe sciocco negarlo. Abbiamo a disposizione una quantità di conoscenza che soltanto pochi anni fa sarebbe sembrata fantascienza. Possiamo interrogare un archivio dall’altra parte del mondo, tradurre un testo, confrontare dati, ritrovare una dichiarazione di dieci anni fa, conoscere in pochi istanti ciò che sta accadendo a migliaia di chilometri da noi.

Il problema non sono le risposte.

Il problema è che, circondati da tutte queste risposte, rischiamo di dimenticare come si fanno le domande.

Me ne accorgo anche nel nostro mestiere.

Capita di assistere a conferenze stampa nelle quali le domande sembrano quasi un fastidio. Tutto è preparato: dichiarazione, cartella stampa, fotografie, video, virgolettati. A volte perfino il titolo che si vorrebbe vedere pubblicato.

Il giornalista potrebbe quasi non esserci.

Riceve, sistema, pubblica.

Ma se il giornalismo diventa soltanto questo, a cosa serve?

La differenza non può essere la velocità con cui trasferiamo un comunicato da una casella di posta a una pagina web. Quella ormai può farla benissimo una macchina.

La differenza deve stare altrove.

Nella domanda che nessuno aveva previsto.

Quella che costringe l’interlocutore a fermarsi un momento prima di rispondere. Quella che nasce dall’ascolto di ciò che ha appena detto, invece che dall’elenco preparato prima dell’intervista. Quella che apre una porta che non sapevamo nemmeno esistesse.

Ho fatto e ascoltato tante interviste nella mia vita. E spesso il momento migliore non è arrivato dalla domanda più sofisticata. È arrivato da una piccola deviazione.

Una risposta contiene una parola. Quella parola incuriosisce. Si abbandona per un momento la scaletta e si domanda: “Perché ha detto questo?”

Ed ecco che cambia tutto.

L’intervistato smette di recitare ciò che aveva probabilmente già raccontato altre cento volte. Pensa. Ricorda. Qualche volta si emoziona. E finalmente racconta qualcosa.

È lì che comincia davvero un’intervista.

Ma il problema va molto oltre il giornalismo.

Abbiamo smesso di fare domande anche tra di noi.

Sui social non chiediamo quasi più: affermiamo. Dichiariamo. Sentenziamo.

Davanti a un fatto, spesso non ci domandiamo più “che cosa è successo?”. Sappiamo già cosa è successo. O almeno crediamo di saperlo. Leggiamo un titolo, vediamo dieci secondi di un video, incontriamo una frase estratta dal suo contesto e siamo pronti a emettere una sentenza.

La domanda richiede una cosa diventata terribilmente difficile: ammettere di non sapere.

Dire “non lo so, spiegamelo” sembra quasi una debolezza.

E invece potrebbe essere una delle forme più alte di intelligenza.

Perché chi fa una domanda autentica accetta per qualche minuto che qualcun altro possa sapere qualcosa che lui non sa. Accetta persino la possibilità di cambiare idea.

Ed è proprio questo che rende la domanda così preziosa.

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale.

E qui il discorso diventa ancora più interessante.

Lo dico da persona che la utilizza quotidianamente e che ne vede le enormi possibilità. L’intelligenza artificiale può aiutarci a cercare, confrontare, organizzare, approfondire. Può essere uno straordinario compagno di lavoro.

Ma anche la migliore intelligenza artificiale del mondo dipende, in buona parte, da ciò che le chiediamo.

Una domanda banale difficilmente aprirà un pensiero straordinario.

Una domanda precisa, curiosa, magari scomoda può invece portarci molto più lontano.

Paradossalmente, quindi, nell’epoca delle macchine che sanno rispondere a quasi tutto, la capacità più umana e più preziosa potrebbe diventare proprio quella di saper fare domande.

Non dobbiamo competere con le macchine nel dare risposte più velocemente.

Dobbiamo diventare più bravi a chiederci cosa valga la pena sapere.

Cosa manca.

Cosa non torna.

Cosa c’è dietro un numero.

Chi non è stato ascoltato.

Perché una storia ci viene raccontata proprio in quel modo.

E forse dovremmo tornare a fare domande anche fuori dal lavoro.

“Come stai?” e aspettare davvero la risposta.

“Cosa ne pensi?” senza preparare nel frattempo la nostra replica.

“Perché?” senza usarlo come un’accusa.

“Mi racconti?” senza guardare il telefono mentre l’altro parla.

Sono domande semplicissime. Eppure possono cambiare una conversazione, un rapporto, qualche volta una giornata.

Viviamo nell’epoca della risposta immediata. Abbiamo quasi eliminato l’attesa tra il dubbio e la soluzione.

Forse dovremmo recuperare almeno per qualche istante quello spazio.

Perché è proprio lì, tra una domanda e la sua risposta, che nasce la curiosità.

E la curiosità è ancora il carburante del giornalismo, della comunicazione, della conoscenza e, probabilmente, anche dei rapporti umani.

Le risposte sono indispensabili. Ci informano, ci aiutano, ci fanno decidere.

Ma non bastano.

Le risposte ci fanno sentire informati. Le domande ci fanno diventare intelligenti.

E allora, in un mondo che sembra avere una risposta per tutto, il futuro del nostro mestiere potrebbe cominciare da una frase antichissima e semplicissima:

“Posso farle una domanda?”

Finché avremo ancora voglia di pronunciarla, credo che il giornalismo avrà ancora qualcosa da dire.