Nella crisi creativa, moltiplicare i premi non è la soluzione

di Pasquale Diaferia

Abbiamo superato anche la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Ha certificato, se ce ne fosse stato ancora bisogno, lo stato di crisi di un’altra industry creativa italiana. Come gli spot pubblicitari a Cannes, anche i film nazionali non hanno riportato a casa riconoscimenti importanti dal Lido, con l’eccezione della Coppa Volpi a Scamarcio.

Al riparo della bellissima Google Beach, ho avuto l’occasione di incontrare tanti produttori e critici che mi raccontavano di una «mancanza di idee e di coraggio» in tutto il settore. Le parole sono di Mereghetti, forse uno dei più grandi esperti italiani di cinema, chiamato recentemente anche nel comitato scientifico che sta rilanciando Triennale Milano.

Abbiamo discusso a lungo, con alcune teste pensanti, dello stato delle industrie culturali del Paese, tutte nello stesso vicolo cieco, caratterizzato da una scarsa rilevanza internazionale. I talenti creativi ci sarebbero, ma alla fine scappano altrove, visto che quella palude impera. E se Guadagnino e Sorrentino cercano strade alternative – il primo ormai vive negli USA, il secondo si fa produrre solo da società straniere –, a pagare la crisi sono i giovani creativi che non trovano spazio espressivo, chiusi tra produttori politicizzati e istituzioni sempre più colonizzate da chi non pensa al bene collettivo, ma soltanto ai propri interessi personali.

Per descrivere la situazione in modo semplice, si cita il pilota di Formula 1 Kimi Antonelli. Una sorta di simbolo, con la sua bocciatura alla Ferrari, dove non aveva padrini, e il suo fiorire alla Mercedes, dove hanno saputo riconoscerne il talento e valorizzarlo senza pregiudizi.

Ecco, dice chi di cinema ne capisce: abbiamo dato il timone dell’industria alla politica, non al talento e al merito. Adesso ne paghiamo le conseguenze.

Esattamente lo stesso accade nella pubblicità: «Non abbiamo sviluppato una nuova generazione di creativi di talento, perché chi avrebbe dovuto guidarli era impegnato a gestire soltanto i propri interessi personali, non quelli della comunità», mi ha confessato una personalità del nostro mondo, incrociata al Lido, che vuole mantenere l’anonimato proprio perché, per quelle ragioni, ha abbandonato sia ADCI sia UNA.

Su questo giornale, da almeno tre anni, stiamo testimoniando che la crisi creativa del nostro settore nasce proprio da questa assenza di personalità al timone delle associazioni che dovrebbero sviluppare i talenti e valorizzare la creatività, come previsto dallo statuto di quelle organizzazioni. E la prova concreta della decadenza arriva proprio dai grandi festival internazionali, dove non vinciamo nulla, tranne rare eccezioni, e non siamo rilevanti.

Nella pubblicità come nel cinema, nell’arte come nell’editoria.

Ma ciò che è meraviglioso è che, più la crisi morde, più i dirigenti continuano pervicacemente a commettere gli stessi errori.

Si dice che il problema siano i troppi premi creativi nazionali, che assegnano riconoscimenti a lavori mediocri, poi infatti bocciati nei premi internazionali?

Bene, lanciamo ancora nuovi premi, differenziandoli per genere, categoria e verticalità.

Così una statuetta non si nega a nessuno e tutti possono dichiarare che il proprio lavoro è stato riconosciuto come un lavoro di valore.

Ma il giochino non funziona più, perché da più parti ci hanno raccontato che le iscrizioni sono in calo costante da parecchi mesi per tutti i premi locali, da quelli più grandi ai più piccoli.

Chissà, forse anche le agenzie e i creativi hanno cominciato a comprendere che un premio nazionale di scarso valore, perché legato a logiche politiche e spartitorie e non meritocratiche, non porta nulla in termini di reputazione a chi lo vince, se poi la nostra comunità è poco riconosciuta nel mondo.

Proprio in questa settimana, poi, abbiamo assistito alla richiesta di sostegno alla politica da parte di un settore che ha bisogno di rilanciarsi: dall’annuncio di un premio sulla comunicazione istituzionale fino a una manifestazione nella quale si cercava di dare ordine e visibilità, attraverso le istituzioni, a un intero comparto che non riesce a decollare definitivamente.

Il tutto nella Grande Roma, la città della politica.

E dire che un tempo le agenzie milanesi cercavano di tenere a distanza la Capitale e i suoi inguacchi politici.

In entrambi i casi, le manifestazioni sono avvenute proprio all’interno del Palazzo e hanno coinvolto esponenti della politica politicante.

Hanno commesso, a mio modesto avviso, proprio l’errore che ha fatto scivolare il cinema italiano verso il baratro.

Invece di valorizzare le idee, il talento e l’innovazione, chi è al timone ha privilegiato la relazione con il potere, le istituzioni e gli incentivi, cercando quel supporto che non fa volare in alto un settore, ma semmai lo imbavaglia.

Come sempre, in cuor mio spero di essere smentito dall’improvvisa apparizione, nei prossimi mesi, di talenti e lavori italiani eccezionali. E mi auguro che siano citati dai giornali della comunicazione di tutto il mondo per la loro creatività.

Sarei il primo a esserne felice.

Ma se la soluzione a questo stallo creativo è aumentare i premi, soprattutto quelli legati alle istituzioni, oppure cercare il sostegno del potere, del Palazzo e dei governanti, beh, temo che non faremo grandi passi avanti.

Forse bisogna ricominciare dalla formazione, dalla selezione dei talenti, dalla meritocrazia che premia le idee e non gli amici degli amici.

Forse serve una rivoluzione nelle associazioni, come nelle agenzie.

Forse servono nuovi timonieri che, come dice Mereghetti, non cerchino relazioni personali, ma lavorino per tutta la comunità, pieni di «idee e coraggio».