Go Nagai, l’uomo che trasformò i robot in un universo. Livio Buffo: «Dietro Goldrake c’è molto più di una battaglia»

di Mario Modica

Go Nagai, il padre dei robottoni giapponesi, ha spento 81 candeline. Autore visionario e innovatore, ha legato il proprio nome a personaggi come Mazinga Z, Devilman, Jeeg Robot d’acciaio e Goldrake, uno degli anime più amati dal pubblico italiano.

Le sue opere hanno segnato l’immaginario di intere generazioni, cambiando per sempre il modo di raccontare il rapporto tra l’uomo e la macchina. Dietro combattimenti spettacolari, mostri e giganteschi robot pilotati da esseri umani si nascondevano temi sorprendentemente moderni: la paura della guerra nucleare, la difesa dell’ambiente, i rischi del progresso tecnologico, l’intelligenza artificiale e la parte più fragile e oscura dell’umanità.

In Italia il fenomeno esplose il 4 aprile 1978 con l’arrivo di Goldrake sulla Rai. Fu un successo popolare travolgente, accompagnato però da polemiche, accuse di violenza e accesi dibattiti tra politici, pedagogisti e intellettuali. Quei cartoni animati, inizialmente liquidati da molti adulti come prodotti diseducativi o semplici storie di combattimenti, sarebbero diventati un fenomeno culturale, editoriale e commerciale ancora oggi vivo.

Nagai intuì inoltre con largo anticipo le potenzialità di un personaggio capace di superare i confini del manga e della televisione per trasformarsi in giocattolo, gadget, film, videogioco e oggetto da collezione. Un modello produttivo e commerciale che avrebbe inciso profondamente sull’industria giapponese dell’intrattenimento.

Ma erano davvero “soltanto robot”, come si diceva una volta? A raccontarci che cosa si nascondeva dietro quei giganti d’acciaio è Livio Buffo, CEO dell’agenzia di comunicazione Cenacoli e giornalista che da anni studia e racconta il mondo degli anime e dei manga.

Buffo, cosa rappresenta Go Nagai?

«Direi, piuttosto, cosa rappresenta Goldrake. Nel nostro Paese, in principio fu Actarus – Duke Fleed nella versione originale – mentre il nome del suo autore divenne noto soltanto anni dopo. Goldrake spalancò la porta all’invasione dei robot giapponesi in Italia, aprendo una finestra sulla cultura nipponica. Ma fu anche, involontariamente, l’inizio del caos».

Perché?

«Parliamo di un periodo pionieristico, segnato da molta improvvisazione. Goldrake, Grendizer in originale, era la conclusione della trilogia televisiva che comprendeva Mazinga Z e Il Grande Mazinga, ma fu trasmesso per primo. Gli altri personaggi arrivarono soltanto dopo sulla televisione italiana. Anche per questo Mazinga Z, capostipite dei giganti d’acciaio, da noi non è amato quanto nel resto del mondo.

Traduzioni e adattamenti discutibili fecero il resto. Basti pensare alle diverse ricostruzioni sull’origine del titolo “Atlas Ufo Robot” o alle motivazioni che portarono ad assegnare il nome Alcor a Koji Kabuto. Il manga del Grande Mazinga, l’unico all’epoca ad arrivare nelle nostre edicole – altri prodotti non erano originali, in barba ai diritti d’autore – fu anche censurato.

La Rai, inoltre, interruppe la trasmissione di Mazinga Z dopo 51 dei 92 episodi, in un periodo nel quale era esplosa una vera sommossa contro i robottoni, che coinvolse intellettuali, pedagogisti e politici. Si arrivò perfino a sostenere che guardare quelle serie avrebbe reso i bambini violenti o criminali».

Un esempio?

«Dario Fo stroncò Goldrake. Gianni Rodari, al contrario, evitò pregiudizi e facili moralismi: osservò il cartone animato per quello che era e dimostrò fiducia nei bambini, a differenza di molti pedagogisti e psicologi. Si ricorda la battuta di Zalone sulla categoria? Da persona nata in quegli anni, la penso così: ho visto e rivisto la serie e, nonostante questo, non sono diventato un delinquente».

Torniamo a Nagai.

«Il Maestro è un genio e un innovatore. Pensiamo a Jeeg, Mazinga e Getter Robot: tre concezioni molto diverse del robot, dal suo assemblaggio al rapporto tra uomo e macchina, destinate a influenzare profondamente tutto ciò che sarebbe venuto dopo nel mondo dell’animazione. Al di là della genialità tecnologica e visiva, però, il vero tema è rappresentato dagli argomenti affrontati da Nagai».

Erano tutti uguali: il mostro di turno attacca la Terra.

«A essere precisi, attacca sempre il Giappone e il Monte Fuji – circostanza spiegata nel manga del Grande Mazinga – ma quelli sono gli anime, non i manga».

Ossia?

«I fumetti sono molto distanti dagli anime. Già allora Nagai parlava di inquinamento e difesa dell’ambiente. Il mangaka appartiene a una generazione cresciuta all’ombra della bomba atomica e del dramma di Hiroshima e Nagasaki. Questo legame emerge nelle sue opere attraverso la paura della distruzione globale – soprattutto nel manga di Devilman – la ricerca di nuove forme di energia e materiali puliti e il rapporto problematico tra progresso tecnologico ed essere umano.

Nagai ha inoltre anticipato, almeno sul piano dell’immaginario e dei concetti, alcuni paradigmi tecnologici: l’intelligenza artificiale, l’ingegneria cibernetica, gli esoscheletri, i droni e l’interfaccia uomo-macchina. Non significa che abbia previsto esattamente le tecnologie di oggi, ma ha immaginato molto prima di noi un mondo caratterizzato dall’integrazione tra uomo, macchina e computer».

Una bella fantasia…

«Ma anche molta concretezza. Nagai e il suo sistema produttivo furono pionieristici nella gestione dei diritti e del merchandising legato ai personaggi. Con lui il robot non era più soltanto il protagonista di un fumetto o di un cartone animato: usciva dal tubo catodico e diventava giocattolo, gadget, prodotto cinematografico e videogioco.

È un modello che avrebbe trasformato profondamente l’industria giapponese dell’intrattenimento. Si pensi soltanto al giro d’affari generato dai giocattoli: non esistono cifre complessive precise, ma parliamo di miliardi, alimentati negli anni dai vari remake e dal collezionismo vintage».

Quindi, alla fine, cosa rappresenta davvero Go Nagai?

«Ci ha insegnato che dietro un robot può esserci molto più di una battaglia tra buoni e cattivi. Ci sono il rapporto tra uomo e tecnologia, la paura della guerra e del nucleare, l’ambiente, la diversità, la violenza della società e, soprattutto, la fragilità e la malvagità dell’essere umano.

I robot sono stati il linguaggio con il quale Nagai ha raccontato tutto questo, ma anche uno straordinario esempio di marketing e merchandising. Ed è forse questa la sua grande intuizione: trasformare un personaggio in un universo capace di vivere oltre il fumetto e lo schermo».

Livio Buffo