Bill Gates avverte: l’IA potrà diventare il più grande strumento di uguaglianza mai inventato oppure la peggiore fonte di ingiustizia. La tecnologia corre, ma politica e società sembrano ancora ferme ai blocchi di partenza
di Mario Modica
«L’intelligenza artificiale sarà il più grande strumento di uguaglianza mai inventato oppure la peggiore fonte di ingiustizia».
La frase con cui Bill Gates riassume il bivio davanti al quale ci troviamo non è soltanto una previsione sul futuro della tecnologia. È una domanda rivolta alla politica, alle imprese e a ciascuno di noi. Perché l’intelligenza artificiale non possiede un destino già scritto: saranno le decisioni prese oggi a determinare chi ne raccoglierà i vantaggi e chi, invece, rischierà di pagarne il prezzo.
Nel suo lungo intervento, pubblicato su Gates Notes, il fondatore di Microsoft descrive l’inizio di un’era turbolenta. La differenza rispetto alle precedenti rivoluzioni industriali non risiede soltanto nella potenza dell’innovazione, ma nella velocità con cui essa sta entrando nel lavoro, nell’istruzione, nella sanità, nell’informazione e nella vita quotidiana.
Le istituzioni, al contrario, procedono con i tempi di sempre. Discutono, rinviano, istituiscono commissioni e cercano di regolamentare strumenti che, quando le norme entreranno in vigore, potrebbero essere già profondamente cambiati.
Gates mette in dubbio anche una certezza che ha accompagnato ogni grande trasformazione tecnologica: i posti di lavoro distrutti dall’innovazione saranno compensati da nuove professioni. Questa volta potrebbe non accadere, almeno non nelle stesse proporzioni.
L’intelligenza artificiale non automatizza soltanto le mansioni ripetitive. Scrive, programma, analizza dati, produce immagini, risponde ai clienti e comincia a prendere decisioni. Sta entrando proprio nelle attività che, fino a pochi anni fa, ritenevamo protette perché fondate sulla conoscenza e sulla capacità di ragionare.
Anche il nostro settore ne è coinvolto. Pubblicità, comunicazione, giornalismo e produzione audiovisiva stanno già sperimentando un cambiamento profondo. Un contenuto può essere realizzato in pochi secondi, una campagna può essere adattata automaticamente a migliaia di destinatari e una piattaforma può decidere quale messaggio mostrare a ciascuno di noi.
Ma se produrre diventa sempre più facile, distinguere ciò che ha valore diventa più difficile. E se la tecnologia concentra dati, competenze e potere economico nelle mani di pochi grandi operatori, l’efficienza rischia di procedere insieme a una nuova forma di disuguaglianza.
Per questo Gates propone interventi che fino a poco tempo fa sarebbero sembrati radicali: tassare i robot e l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, correggendo un sistema fiscale che spesso rende più conveniente sostituire una persona con una macchina, e individuare alcuni lavori o alcune funzioni da riservare agli esseri umani.
L’idea di una sorta di “riserva umana” non deve essere letta come un rifiuto del progresso. Significa riconoscere che non tutto ciò che può essere automatizzato deve necessariamente esserlo.
Nella cura di un malato, nell’educazione di un bambino, nella comunicazione di una diagnosi difficile o nella responsabilità di una scelta pubblica, la presenza umana non è un costo inefficiente da eliminare. È una componente essenziale del servizio.
Il problema, quindi, non è stabilire se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva. Una simile contrapposizione sarebbe troppo comoda. Il problema è decidere quali obiettivi debba perseguire, chi ne debba controllare l’impiego e come distribuire la ricchezza che sarà capace di generare.
Lasciare queste scelte esclusivamente alle aziende che sviluppano la tecnologia significherebbe rinunciare a una responsabilità collettiva. Le imprese devono innovare e competere, ma non possono essere le sole a stabilire le regole sociali della rivoluzione che stanno guidando.
La sfida riguarda anche l’accesso. L’intelligenza artificiale potrà ridurre le distanze se offrirà cure, istruzione e conoscenza a chi oggi ne è escluso. Potrà invece ampliarle se soltanto le aziende più grandi, i Paesi più ricchi e i lavoratori più qualificati saranno in grado di sfruttarne pienamente le possibilità.
È questa la vera forza dell’avvertimento di Bill Gates: ricordarci che la tecnologia non distribuisce automaticamente i propri benefici.
L’intelligenza artificiale potrà diventare uno straordinario strumento di emancipazione, ma soltanto se saremo capaci di governarla. Altrimenti non eliminerà le disuguaglianze: le renderà più veloci, più profonde e forse persino meno visibili.
Il futuro non sarà deciso dalle macchine. Sarà deciso dalla nostra capacità, o dalla nostra incapacità, di scegliere le regole con cui utilizzarle.


