Il clock è uno strumento, ma la gabbia esiste eccome: la mia risposta a Claudio Astorri

Umberto Labozzetta

Caro Claudio, grazie per lo spunto. La tua analisi conferma perché ho lanciato questa riflessione in una domenica estiva: la radio ha bisogno di riaccendere il cervello e di confrontarsi senza rifugiarsi dietro dogmi.

Tra noi c’è stima, amicizia e la condivisione dell’aula al Master della Cattolica, e conosco bene il tuo rigore. Ma è chiaro che arriviamo da percorsi ed esperienze differenti, che ci portano a guardare alle cose con accenti diversi: chi vive questo mestiere dal 1976 — passando per le tappe formative a Radio Deejay, le emittenti territoriali e la realtà attuale di una rete pubblica — si porta dietro un certo tipo di sguardo. È lo stesso spirito che anima il libro che sto terminando, dal titolo “Il segnale orario è passato”: un lavoro non incentrato sulla mia figura, ma sulla storia lunga cinquant’anni delle radio libere vista dall’interno, con gli occhi di un osservatore che guarda all’etere senza filtri accademici.

Non sto dando la colpa al format clock in sé, e su questo sono d’accordo con te: il problema vero è lo svuotamento del prodotto. Per dirla con la tua stessa attenzione alla sostanza: se guidi una Ferrari ma sotto il cofano metti il motore di una 500, non vai veloce solo perché la carrozzeria è figa. Lo strumento conta, ma è il contenuto che fa la differenza.

Prendiamo il punto sulle piattaforme e il “clock invisibile”. Tu dici che dietro Spotify e le varie piattaforme ci sono algoritmi e logiche di ingaggio sofisticate. È verissimo. Ma per l’utente la differenza la fa la sensazione di libertà e l’assenza di barriere temporali rigide. Oggi la radio lineare si scontra con un pubblico abituato a decidere in pochi secondi: se la risposta è un flusso orario immobile che non lascia spazio all’imprevisto, parliamo a un pubblico che non c’è più.

Sul fronte Audiradio e musica, tu osservi giustamente che i numeri misurano la consistenza e non le motivazioni profonde. Resta il fatto che, di fronte a un’offerta estiva ridotta a un flusso ripetitivo, la domanda non è se la musica sia irrilevante in assoluto, bensì se quella programmazione meccanica stia facendo la differenza o stia solo amministrando l’inerzia. Quando richiami i modelli che hai firmato tu per RTL, RDS o Radio Globo, è ovvio che se un’architettura funziona non va mica cambiata per il solo gusto di farlo o per un obbligo di novità a tutti i costi. Il punto non è sbarazzarsi delle regole, ma capire se oggi siamo ancora capaci di proporre qualcosa di funzionale, davvero adatto a un pubblico radicalmente cambiato e — fattore cruciale — a quei giovani che sono sempre più distanti dalla radio (e non solo per colpa della radio, sia chiaro).

È un po’ lo stesso discorso che facciamo spesso tra addetti ai lavori quando evochiamo il ritorno del Festivalbar: il punto non è inseguire la nostalgia o chiederci se avrebbe senso rifarlo oggi esattamente con la stessa formula di allora, ma prendere atto di come un intero modello di fruizione sia radicalmente mutato.

Lo stesso vale a mio parere per il brand e il logo. Tu distingui la marca dal segno grafico, ma io sono convinto che nella radio di oggi, contaminata dalla televisione e dalle visual radio, brand e logo vadano a braccetto: più esponi il marchio, più fissi il ricordo nella mente del pubblico.

Il punto non è abolire le regole, ma verificare se le nostre griglie generino valore o se siano diventate una gabbia dorata. Continuare a interrogarsi su questo, con la passione di chi la radio la fa da anni, è il modo migliore per far sì che l’ascoltatore non spenga per sempre.

Un caro saluto,

Umberto Labozzetta