Meno tempo online, più qualità: l’83% degli italiani chiede ai brand di pubblicare meno

La prima ricerca dell’Osservatorio AIM di Factanza Media e Ipsos Doxa rivela che il 94% delle persone tra 18 e 45 anni ha desiderato di ridurre il tempo trascorso online. A essere messo in discussione è soprattutto lo scrolling continuo sui social.

Gli italiani non vogliono necessariamente abbandonare internet. Vogliono però smettere di esserne sopraffatti.

Il 94% delle persone tra i 18 e i 45 anni ha desiderato almeno una volta di ridurre il tempo trascorso online. Un’esigenza che convive con la difficoltà concreta di modificare abitudini ormai profondamente integrate nella vita quotidiana.

È quanto emerge dalla prima ricerca dell’Osservatorio AIM – Anticipa, Interpreta, Modella, nato dalla collaborazione tra Factanza Media e Ipsos Doxa per studiare i principali cambiamenti culturali, sociali e generazionali.

L’indagine, condotta nel marzo 2026 su un campione di 3.551 persone appartenenti alla Generazione Z e ai Millennial, descrive un rapporto con il digitale sempre più ambivalente: la connessione rimane indispensabile, ma cresce il desiderio di recuperare concentrazione, tempo personale e benessere mentale.

Le giovani donne sentono maggiormente il bisogno di disconnettersi

Il desiderio di ridurre il tempo trascorso online risulta particolarmente forte tra i più giovani.

Oltre la metà della Generazione Z afferma di avvertire spesso questa esigenza. Il dato più elevato riguarda le donne tra i 18 e i 30 anni: il 58% dichiara di sentire frequentemente il bisogno di diminuire la propria esposizione digitale.

Non è difficile comprenderne le ragioni. La presenza online non è più limitata ad alcuni momenti della giornata. Messaggi, notifiche, video, piattaforme sociali, lavoro, studio e intrattenimento si sovrappongono, rendendo sempre più raro un tempo davvero libero dagli schermi.

La stanchezza digitale non nasce quindi soltanto dal numero di ore trascorse connessi, ma dalla frammentazione continua dell’attenzione.

Voler diminuire non significa riuscirci

La consapevolezza non si trasforma automaticamente in un cambiamento di comportamento.

Il 52% delle persone tra i 18 e i 30 anni ammette di non riuscire a ridurre il tempo online, contro il 39% della fascia compresa tra i 31 e i 45 anni.

Tra gli ostacoli compare anche il timore di essere esclusi dalla vita sociale: una preoccupazione indicata dal 23% della Generazione Z e dal 14% dei Millennial.

Lo smartphone non viene percepito soltanto come uno strumento. È il luogo nel quale si mantengono le relazioni, si apprendono informazioni, si partecipa alle conversazioni e si costruisce una parte della propria identità pubblica.

Disconnettersi può quindi produrre sollievo, ma anche la sensazione di perdere qualcosa mentre gli altri continuano a interagire.

Il primo beneficio sarebbe recuperare la concentrazione

Quasi tre giovani su quattro indicano nel recupero della concentrazione il principale vantaggio atteso da una riduzione del tempo online. Tra i Millennial la stessa motivazione viene scelta da più di sei persone su dieci.

Il 61% dei 18-30enni e il 62% dei 31-45enni vorrebbe inoltre avere maggiore spazio per sé e per le proprie passioni.

La riduzione dello stress mentale è citata dal 54% dei più giovani e dal 46% dei Millennial.

Questi dati mostrano come il problema non sia una generica ostilità verso la tecnologia. Le persone riconoscono l’utilità degli strumenti digitali, ma iniziano a interrogarsi sul costo pagato in termini di attenzione, serenità e qualità del tempo.

Lo scrolling è la prima cosa alla quale rinunciare

Se dovessero ridurre un’attività digitale, gli intervistati non avrebbero molti dubbi.

Il 91% della Generazione Z e l’87% dei Millennial sacrificherebbe innanzitutto lo scrolling sui social network.

Il gesto di scorrere contenuti senza una finalità precisa è diventato il simbolo della parte meno soddisfacente dell’esperienza online: assorbe tempo, offre stimoli continui, ma spesso lascia una sensazione di vuoto o affaticamento.

Le chat, al contrario, vengono considerate essenziali e difficilmente rinunciabili. La distinzione è significativa: le persone non vogliono eliminare la relazione digitale, ma ridurre il consumo passivo e ripetitivo dei contenuti.

L’83% preferisce brand che pubblicano meno

La ricerca contiene un’indicazione particolarmente importante per aziende, agenzie e professionisti della comunicazione.

L’83% degli intervistati afferma che seguirebbe con maggiore interesse i brand se pubblicassero meno contenuti, ma di qualità superiore.

La percentuale è quasi identica nelle due generazioni: 84% tra la Gen Z e 83% tra i Millennial. Il segnale è quindi trasversale e mette in discussione uno dei principi più diffusi nella comunicazione digitale: la necessità di pubblicare continuamente per non scomparire dagli algoritmi.

Per anni molte aziende hanno costruito calendari editoriali nei quali la quantità e la frequenza erano considerate obiettivi in sé. Il risultato è stato spesso un flusso di post intercambiabili, realizzati più per occupare uno spazio che per offrire qualcosa di realmente utile.

Il pubblico sembra ora chiedere l’opposto: meno interruzioni, meno ripetizioni e maggiore rilevanza.

La battaglia per l’attenzione sta cambiando

L’attenzione è stata a lungo trattata come una risorsa da conquistare a ogni costo. Titoli costruiti per provocare il clic, notifiche continue, video brevissimi e pubblicazioni frequenti hanno alimentato un sistema nel quale il successo veniva misurato soprattutto attraverso visualizzazioni e interazioni.

Ma un utente stanco non è necessariamente un utente disponibile.

Quando le persone iniziano a percepire i contenuti come una fonte di sovraccarico, la frequenza può trasformarsi da vantaggio in motivo di allontanamento. Un brand che pubblica troppo rischia di essere silenziato, ignorato o associato alla parte più invasiva dell’esperienza digitale.

La nuova sfida non è pertanto apparire il maggior numero possibile di volte. È meritare attenzione quando si sceglie di apparire.

Poche aziende parlano di disconnessione

Soltanto il 15% del campione ricorda iniziative promosse dai brand per incoraggiare un rapporto più equilibrato con il digitale.

Il tema rappresenta dunque uno spazio ancora poco esplorato. Le aziende potrebbero intervenire non con campagne opportunistiche, ma ripensando concretamente le proprie pratiche: limitare le notifiche, migliorare la personalizzazione, ridurre i messaggi inutili e proporre esperienze capaci di continuare anche nel mondo fisico.

Il diritto alla disconnessione può diventare una componente della responsabilità di marca, soprattutto per le imprese che costruiscono il proprio business sull’attenzione e sul tempo delle persone.

Ma la coerenza sarà decisiva. Sarebbe poco credibile invitare il pubblico a usare meno lo smartphone e, nello stesso tempo, bombardarlo di comunicazioni.

Dalla presenza costante alla presenza significativa

Per i brand il cambiamento richiede un passaggio culturale: dalla presenza costante alla presenza significativa.

Pubblicare meno non significa necessariamente ridurre la visibilità. Un contenuto originale, utile o emozionante può generare maggiore interesse di una sequenza di post costruiti soltanto per rispettare una frequenza prestabilita.

Significa investire di più nell’idea, nella qualità della scrittura, nelle immagini, nella conoscenza del pubblico e nella scelta del momento giusto.

Anche l’intelligenza artificiale dovrà essere utilizzata con attenzione. Se servirà soltanto a moltiplicare la produzione, aumenterà ulteriormente il rumore. Se invece verrà impiegata per comprendere meglio le esigenze delle persone e rendere ogni comunicazione più pertinente, potrà contribuire a ridurre i contenuti superflui.

Il messaggio della ricerca è netto: il pubblico non sta chiedendo alle aziende di scomparire. Sta chiedendo loro di rispettare maggiormente il proprio tempo.

Nel mercato dell’attenzione, il futuro potrebbe non appartenere a chi comunica di più, ma a chi sa quando vale davvero la pena farlo.