di Umberto Labozzetta
Il punto non è liquidare il fenomeno come semplice nostalgia o gridare alla scarsa qualità del prodotto contemporaneo. Questa è un’analisi pigra che non aiuta l’industria a evolversi. Il vero tema è che abbiamo smesso di costruire immaginario collettivo.
Viviamo nell’era della sovrabbondanza algoritmica: l’iper-produzione frammenta i consumi, azzera i tempi di decantazione e impedisce a un brano o a un album di radicarsi nel tempo.
Se tutto è disponibile ovunque e subito, nulla possiede più un reale valore di unicità. E non stupisca che le nuove generazioni saccheggino gli anni ‘90 e i 2000: lo fanno perché cercano una stabilità estetica ed emotiva che la catena di montaggio del pop odierno, basata su KPI e rotazioni rapide, non riesce più a garantire.
La provocazione da cui dobbiamo ripartire per invertire la rotta è netta:
Vuoi andare avanti? Guarda indietro.
La soluzione per gli addetti ai lavori non è inseguire affannosamente l’ultimo trend usa-e-getta, ma rimettere al centro il mestiere:
– Rallentare i processi di lancio, restituendo ai progetti il tempo fisiologico per sedimentarsi.
– Riabilitare la scrittura e la cura artistica, uscendo dalla dittatura dei trenta secondi pensati per i social.
– Usare la memoria storica come propulsore, non come operazione di marketing cinico o cover sbiadita, ma come lezione di solidità compositiva applicata al presente.
Il futuro della musica non si costruisce azzerando la storia, ma tornando a fare gli editori, i direttori e i produttori con una visione a lungo termine.
La discussione è aperta. Magari sotto l’ombrellone a qualcuno di voi, verrà voglia di dire la propria.


