L’AI sta cambiando il nostro modo di lavorare, ma non quello di pensare. E proprio per questo il valore delle idee, dell’esperienza e della creatività umana diventa ancora più importante.
di Mario Modica
Da qualche mese, nel mondo della comunicazione, non si parla d’altro.
L’intelligenza artificiale scrive articoli, realizza immagini, produce video, prepara presentazioni, traduce testi, sintetizza riunioni e, in pochi secondi, svolge attività che fino a ieri richiedevano ore di lavoro.
Per qualcuno è una rivoluzione.
Per altri è una minaccia.
Io credo che sia soprattutto una grande opportunità.
A patto di capire una cosa fondamentale.
L’intelligenza artificiale non sostituirà i comunicatori.
Sostituirà chi comunica sempre allo stesso modo.
Chi pensa che basti prendere un comunicato stampa e pubblicarlo senza aggiungere nulla, probabilmente dovrà ripensare il proprio lavoro. Perché questo l’AI lo sa già fare. E spesso lo fa anche molto bene.
Ma la comunicazione non è soltanto produzione di contenuti.
È capacità di scegliere.
Di interpretare.
Di collegare fatti apparentemente lontani.
Di intuire ciò che ancora non è evidente.
Ogni giorno, lavorando in redazione, mi accorgo che il vero valore non nasce dalla velocità con cui si scrive un articolo, ma dalla domanda che ci poniamo prima ancora di iniziare.
Perché questa notizia è importante?
È una domanda semplice.
Ma è anche quella che fa la differenza.
Prendiamo un comunicato stampa.
L’intelligenza artificiale può riscriverlo in pochi secondi.
Un giornalista, invece, dovrebbe chiedersi se quella notizia racconta davvero qualcosa di nuovo, quale impatto può avere sul lettore, quale fenomeno rappresenta.
È esattamente questo il lavoro che nessun algoritmo può sostituire completamente.
Perché nasce dall’esperienza.
Dalla curiosità.
Dalla sensibilità.
Negli ultimi giorni mi è capitato di riflettere su casi molto diversi tra loro.
Un numero di una rivista che riporta le persone in edicola grazie a un’iniziativa editoriale ben costruita.
Una classifica sulla reputazione dei manager che diventa lo spunto per raccontare come si costruisce la credibilità di un leader.
Un’analisi sul mercato musicale che porta a interrogarsi sulla fine del tormentone estivo.
La notizia, in tutti questi casi, era già disponibile.
Il lavoro del giornalista è stato capire cosa ci fosse dietro quella notizia.
Ed è proprio qui che l’intelligenza artificiale, almeno per ora, ha ancora bisogno dell’uomo.
L’AI è un acceleratore straordinario.
Riduce i tempi.
Aiuta a organizzare le informazioni.
Suggerisce connessioni.
Ma non sostituisce l’intuizione.
Non sostituisce il dubbio.
Non sostituisce quella capacità tutta umana di cogliere sfumature, emozioni e significati che spesso non sono scritti da nessuna parte.
Per questo guardo al futuro con ottimismo.
Non perché penso che il nostro lavoro resterà uguale.
Anzi.
Cambierà profondamente.
Ma proprio mentre le macchine diventeranno sempre più brave a fare le cose ripetitive, le persone dovranno diventare sempre più brave a fare ciò che le macchine non sanno fare.
Pensare.
Immaginare.
Creare.
La comunicazione del futuro non premierà chi saprà utilizzare meglio l’intelligenza artificiale.
Premierà chi saprà usarla senza rinunciare alla propria intelligenza.
Perché, alla fine, il vero valore non sarà mai lo strumento.
Sarà sempre la persona che decide come utilizzarlo.
Mario Modica
“L’intelligenza artificiale può scrivere un testo. Ma solo una mente curiosa può trasformarlo in un’idea.”


