di Umberto Labozzetta
I dati ufficiali rilasciati da RAJAR confermano una realtà inequivocabile: nel Regno Unito la radio gode di uno stato di salute straordinario. Lontana dall’essere scalfita dalle nuove forme di intrattenimento on-demand, la radio si conferma un pilastro insostituibile dell’informazione e dell’intrattenimento quotidiano, capace di fondere la forza della diretta con un’evoluzione digitale tra le più mature al mondo.
I dati chiave del fenomeno:
Una copertura capillare: L’87% della popolazione adulta (dai 15 anni in su) si sintonizza regolarmente ogni settimana sulle stazioni radio. Il legame con il mezzo è fortissimo. In media, un singolo ascoltatore dedica ben 20,3 ore alla settimana all’ascolto della Live Radio, Il 77% della popolazione sceglie ormai regolarmente la radio digitale ogni settimana.
In una settimana tipo, l’ascolto digitale nel Regno Unito tocca la stratosferica quota di 786 milioni di ore. Una torta divisa tra piattaforme che evidenzia come il ricevitore tradizionale in digitale conviva stabilmente con i nuovi device domestici e mobili.
Il DAB resta il re incontrastato con il 57% delle ore di ascolto digitale, a seguire lo Smart Speaker (Altoparlanti intelligenti): Coprono il 25%, confermando la centralità della voce e della facilità d’accesso nelle case.
Infine i Siti web e le App ufficiali, raccolgono il 15%, presidiano la mobilità e l’interattività digitale.
Lo specchio italiano: un confronto tra mercati.
Se guardiamo all’Italia (attraverso le rilevazioni AUDIRADIO), emergono similitudini affascinanti e differenze strutturali profonde:
L’Italia vanta un pubblico straordinariamente fedele, con una penetrazione settimanale che si attesta intorno al 78% della popolazione adulta, dimostrando che l’amore per la radio è un pilastro condiviso in entrambi i paesi.
Il Regno Unito rappresenta ormai un mercato marcatamente “Digital First”, trainato da un’infrastruttura DAB capillare e da un’adozione massiccia degli smart speaker. L’Italia resta invece un mercato “FM-centrico in transizione”, dove l’etere tradizionale mantiene un ruolo centrale, affiancato da un consumo digitale più frammentato che sfrutta lo streaming web, le app e persino i canali televisivi del digitale terrestre (DTT).
In sintesi questi numeri ci lasciano una lezione chiara: la radio non subisce la tecnologia, ma la integra. Che si tratti del modello britannico, pioniere del digitale, o della vitalità del mercato italiano, il futuro dell’audio vive di multicanalità e, soprattutto, di un rapporto di fiducia che il tempo non riesce a scalfire.


