ISTINTO E IMPRESSIONI-Una definizione

1953

di Maurizio Rompani

Una definizione può essere considerata come l’analisi di un concetto. Certo la parola il più delle volte è già nota, ma con la definizione si veicola un giudizio di valore. Tutti noi usiamo per lo più definizioni che abbiamo appreso, ma su alcune cose, quelle che noi valutiamo le più importanti, solitamente riflettiamo, vogliamo capire prima di condividere.
Invece, oggi più che mai, la nostra vita sociale si basa su definizioni accettate tout court. Il nostro linguaggio, in quanto espressione del nostro io, si appropria di definizioni costruite per noi, in particolare dai media ma anche da altri poteri, su di esse tenta di costruirsi una sua dimensione, una sua identità. Tutto questo non può non risentire della mancanza di una analisi personale.
Forse può essere utile ricordare Kant, per il quale il concetto è un giudizio determinante con una sua validità universale e soprattutto con una universalità sia oggettiva sia soggettiva. Forse può essere utile ricordare Aristotele, per il quale il concetto definisce da un punto di vista ontologico ciò che una cosa è. La sua forma logica ci permette di pensare il fine dell’oggetto, al contrario l’oggetto è causa del concetto e di conseguenza non si possono rendere i concetti di cose irreali ma solo di cose.
Forse può essere utile ricordare che la nostra libertà intellettuale è rappresentata anche dalla possibilità di costruirci delle definizioni. Cosa vi è alla base di questo abbandono culturale? Pigrizia? Incapacità? Credo che alla base via sia soprattutto la paura di perdere quello che pensiamo di aver acquisito, la paura del rischio.
Il timore della esistenza di soglie oltre le quali i concetti sottoposti a ulteriori tensioni si lacerano, mettendo in dubbio le nostre certezze. Probabilmente la volontà di ridefinire un concetto centrale è avvertita come una minaccia al sistema semantico di riferimento. Variazioni nella forma di una definizione introducono variazioni semantiche, modificando ciò che un termine può significare per noi, ma anche le condizioni di verità degli enunciativi che la contengono.
Questa paura è il segno di una sconfitta. E’ l’ abbandono del sogno che ciascuno di noi deve vivere per essere vivo, la rinuncia alla costruzione di quello scenario che giorno dopo giorno diventerà la nostra vita e che , avendo al proprio centro noi e le nostre scelte, ci permette di vivere e sopportare la realtà quotidiana. Ma in questa “ non scelta” vi è anche il rischio di abbandonarsi al nuovo senza valutazione, accettandolo anche nei sui lati negativi. La tecnologia corre veloce. Se abbiamo paura di affrontare il sistema semantico tradizionale , in che modo possiamo affrontare l’ormai affermato web semantico di Tim Berners-Lee. Un ambiente in cui i documenti pubblicati vivono associati ad informazioni e dati che ne rivelano il contesto semantico in un formato adatto all’interrogazione, all’interpretazione e, più in generale, all’elaborazione automatica. Un ambiente che ha bisogno del pensiero, dei concetti e delle definizioni di ciascuno di noi.
Aver paura di costruirsi le definizioni, aver paura di analizzare in concetto in fondo è accontentarsi di sentirsi vivi, che è molto diverso dall’essere vivi.