Nello sconsolante panorama della mancanza di talento del nostro paese, un contributo decisivo di Stefano Paschina, manager e imprenditore della formazione, a lungo AD di una delle più importanti scuole di comunicazione nazionali. Ci spiega dove il modello fa acqua e come si potrebbe far cambiare le cose.
di Pasquale Diaferia
Con grande piacere avevo notato che ADCI, si era finalmente allineato alla mia visione sulle Idee come Unico Motore dell’Industria della Comunicazione. Ancora maggiore soddisfazione l’ho provata scoprendo che, dopo il mio primo pezzo su Reputazione, Remunerazione e Formazione, improvvisamente la stessa associazione ha lanciato una serie di annunci in cui si vuole creare una directory un elenco che sia in grado di coordinare i soci che insegnano nelle tante scuole di comunicazione.
Insomma dopo anni in cui si è descritto il club dei creativi come il più bello, più aperto e più giovane del mondo, si è passati, alla consapevolezza che al club non basta avere tanti nuovi diplomati, e altrettanti premi dedicati a loro, per formare talenti assoluti.
Soprattutto dopo aver fatto la guerra ad iniziative importanti come lo Spot School Award, che un tempo inviava i giovani a Cannes, per privilegiare il proprio premio “Giovani Leoni”. Purtroppo con scarsi risultati finali.
E visto che io preferisco sempre confrontarmi con i migliori professionisti, per approfondire le mie opinioni, ecco che l’incontro con Stefano Paschina mi ha aperto molte nuove prospettive, che voglio condividere con la grande comunità che segue questa testata.

Infatti Paschina è uno dei maggiori esperti del mondo della formazione per la comunicazione, con una brillante carriera iniziata negli anni ’90 che lo ha portato nel 2000 a diventare Amministratore Delegato del Gruppo IED, contribuendo in modo determinante alla sua espansione globale.
Alla lunga esperienza in questo cruciale settore, nel 2009 ha aggiunto una svolta come imprenditore: ha dato vita ad una serie di scuole primarie e secondarie di successo. Ma ne parleremo nel corso dell’intervista.
Allora Stefano, raccontaci cosa rappresentavano per te. le scuole di comunicazione quando tu hai cominciato ad operare e poi sei arrivato a ruoli apicali.
“Beh, parliamo di vere fucina di idee, quasi rinascimentali, in cui la formazione veniva calate a terra, trasformata in progetto
C’erano docenti professionisti di alto livello, quindi il collegamento col mondo del lavoro avveniva attraverso eccellenze riconosciute internazionalmente. E i ragazzi lavoravano su progetti reali. Erano scuole laboratorio dove, che fosse comunicazione, moda o design, i ragazzi lavoravano su progetti specifici, affrontati in modo completo. Per esempio, da un lato c’erano studenti di design che lavoravano per il centro stile Fiat, dall’altro ragazzi che comunicavano per questi modelli. Tutti operavano su qualcosa di assolutamente concreto, con la logica di Botteghe Artigianali, guidate non dal programma scolastico, ma dal merito professionale. Un numero ristretto di ragazzi andava a scuola dal maestro d’arte, di comunicazione, di design, di moda.
Ma da quale pianeta lontano arrivavano questi insegnanti magistrali?
“Ti dirò, c’era una grande base di italiani di talento. Poi avevamo anche nomi internazionali, penso a Jacques Seguela, che da noi veniva sempre volentieri. Ma soprattutto c’era una base di insegnanti di qualità, gli italiani che tu chiami le SuperStar: persone straordinarie con un ruolo nella società nazionale in quanto grandi professionisti riconosciuti: per loro venire a scuola non era questione di sopravvivenza. Li muoveva la volontà di crescere nuove leve che poi continuassero il loro percorso creativo
Ti cito Maurizio D’Adda, il più attento in questo desiderio di cogliere le migliori nuove leve. Ma da noi sono passate tutte le Superstar che portavano la loro visione vincente.
Per darti altri riferimenti, per il mondo del Design, avevamo Franco Perugia, capo delle relazioni esterne Alfa Romeo.
Il livello dei docenti era altissimo, come gli obiettivi formativi.”
Ma questa era una volontà della proprietà?
“Certo, erano scuole in mani ai privati. Erano imprenditori veri, avevano questa ambizione di scegliere i migliori docenti che dovevano far girare cantieri aperti, dove si lavorava 24 ore su 24.
C’era chi tagliava, cuciva, creava, a fianco degli studenti che dovevano occuparsi di quei progetti, sia persuasiva che visiva.
Ci si occupava di tutto lo spettro della comunicazione: da quella interna a quella integrata, fino alla gestione della crisi, attraversando sia quella pervasiva che quella visiva”.
Noi ci siamo conosciuti proprio in quel lontano periodo di imprenditori illuminati, in cui per gemmazione da IED nascevano le scuole con lo stesso modello di qualità. Io sono stato tra i dodici docenti che avevano lasciato proprio il tuo istituto per fondare Accademia di Comunicazione. Poi ti ho ritrovato AD di quella struttura che cresceva e imponeva lo stile dei creativi italiano nel mondo.
Adesso tutto sembra schiacciato da una progressiva presenza di insegnanti di taglio “impiegatizio” e da migliaia di diplomati che però restano spesso a galleggiare in un mercato in crisi di reputazione e remunerazione.
Cosa è cambiato?
“Tutto quel bellissimo modello si è perso. Ed è la ragione per cui nel 2009 sono uscito e ho percorso strade nuove e diverse.
Le Scuole sono finite in mano ai fondi di investimento. Non ci sono più proprietari che erano anche individui, collegati al loro paese, alla loro cultura, alla loro vocazione sociale.
I fondi hanno portato tanti cambiamenti concreti.
Il Primo elemento è numerico: ormai si calcola il numero degli studenti ideale in base all’Ebitda. Non ti annoierò con i numeri e le frazioni, fidati. Ma ti assicuro che è venuto meno il concetto di “persona”. Siccome quel ragazzo o quella ragazza hanno pagato, sono customer base, vengono considerati una frazione dell’equazione del profitto.
Lo stesso vale per i docenti. Considerati un costo, non un investimento..
Poi, dettaglio ancora più grave, è venuta meno senz’altro la progettualità, il senso di appartenenza, la voglia di mettersi in gioco
Ha prevalso la logica aziendale, che ha bloccato le scuole rinascimentali.
Certo, da manager non posso ignorare che “Educare è un Impresa”, sia come formazione delle persone, ma sopratutto nel mettere a disposizione il tuo sapere.
Ma Impresa Formativa è qualità, oltre che anche quantità.
Venuto meno il primo concetto è rimasto solo quello legato a numeri e profitti.
Tutto chiaro. Quindi queste logiche hanno abbassato la qualità formativa, negli ultimi 15 anni?
Quel che è cambiato è che gli allievi oggi sono anch’essi catalogati all’interno di queste procedure finanziarie: valutazione, media, standardizzata.
L’allievo che ha un punto di vista diverso viene visto come uno fuori dagli schemi della scuola.
Il processo selezione è basato sul curriculum . Vieni ammesso a seconda della tua media. Ma è assurdità.
Credo che nel mondo creativo l’opportunità vada data a tutti: se le formi, le persone cambiano il tipo di approccio, e danno il meglio di sé.
Fortunatamente anche i fondi pare abbiano compreso e stanno iniziando un nuovo percorso. Purtroppo, cambiano ma non qui in Italia.
Per farti l’esempio di un’università americana, ad Harvard accettano ragazzi che hanno preso 85 e non 100, perché la sua presentazione era diversa da quelle degli altri.
Ma da noi prevale ancora la logica produttiva.
Se tu non produci quantità e non fai certe cose, sei emarginato.
I ragazzi si adeguano a questo sistema, che diventa appiattimento”.
Allora non posso che farti una domanda provocatoria.
Hai dimostrato, in questi anni, di aver fondato scuole primarie e secondarie di grande qualità, penso a Ludum e a ICS, in cui hai portato i principi di cui ci parlavi prima. In questo panorama professionale deprimente, entreresti nelle scuole di comunicazione, di arte, di design?
“Si, tornare a influenzare le Idee mi stimola. Ma solo con una logica in cui ancora una volta si possa osare.
Non rientrerei da solo, ma metterei in piedi una squadra che si metta in gioco. disposta a lavorare al servizio degli allievi e non costruisca un modello di comunicazione unilaterale.
Non serve interrogare per coglierti in fallo e punirti (e penso ai genitori che spesso chiedono proprio questo). Servono scuole che insegnino ai creativi a ragionare in un mondo complesso.
Se mi arrivasse una richiesta con un progetto bello, se ne può parlare. Basta che la logica non quella dei fondi: “se non è a budget, allora non lo facciamo”.
Si sono distrutte un paio di generazioni di giovani creativi, con questa logica.
Invece bisogna valutare le opportunità, non ci si lascia legare le mani dal budget.
Bisogna ritrovare l’anima, quella si è persa.
Spesso visito scuole belle esteticamente, architettonicamente, con uno stile meraviglioso. Ma senti subito che è istituto senza anima”.
Sorrido e gli ricordo che in tutte le scuole in cui sono stato tra i primi insegnanti, le sedi erano sempre molto “poco curate”. Pero la selezione degli studenti era molto seguita e i ragazzi che uscivano erano talenti assoluti. Nella foto dei primi allievi di Accademia vedi solo futuri direttori creativi o amministratori delegati.
“Certo. Se togli l’anima, rimane un insegnamento solo procedurizzato. Riunioni infinite di procedura per richiesta di acquisto.
La matita diventa il problema, non la costruzione di cultura nuova.
Non è che i fondi di investimento non sono capaci di fare queste scuole.
Ma se segui le procedure diventa impossibile.
Manca la capacità di valorizzare l’umanità, di cogliere le opportunità quotidiane. Che sono quelle che formano i creativi. Che sono quelle che si usavano nelle scuole in cui tu hai insegnato”.
Insomma, ringrazio Stefano per quest’ora di conversazione. Mi dimostra che il tema è centrale e che la soluzione va affidata ai tecnici, non a un generico “direttore ADCI per le scuole”..
I creativi, e le loro associazioni, come hanno contribuito alla caduta di Reputazione, e relative Remunerazioni, sono insomma centrali anche nell’abbassamento qualitativo dei giovani. Quando creativi di bassa reputazione, si accontentano di spiccioli per insegnare nelle scuole di comunicazione, il risultato sono le migliaia di ragazzi e ragazze che, dopo aver speso migliaia di euro in quelle scuole, si aggirano con i loro portfoli a caccia di stage gratuiti in agenzie che li useranno per lavorare sulle gare non retribuite.
Un circolo vizioso.
Poi ci si domanda come mai non vinciamo premi a Cannes nemmeno nei Giovani Leoni, dove un tempo ragazzi italiani portavano a casa metalli.
Poi ci si interroga su come mai il talento creativo italiano è poco riconosciuto.
Poi ci si chiede come mai le agenzie, piene di quei creativi, si lamentino delle remunerazioni.
E i clienti chiedono velocità e non qualità.
Poi mi dicono che sono troppo cattivo con Siani, con Arduini, con Travaglia,
A me, che amo ancora questo lavoro, sembra di essere fin troppo gentile, nei miei articoli


