VIZI PUBBLICITARI-Philipp Plein cade sul pube

di Federico Unnia
Una volta tanto non è il nudo in se a motivare la condanna di una pubblicità quanto la rappresentazione iconica del marchio promosso, inclusa nel contesto. Infatti,  aver collocato lo stilema sul pube della modella può avvicinarsi all’operazione di marchiatura, fatto questo che offende profondamente la dignità femminile, ponendosi in aperto contrasto con l’art. 10 del Codice di autodisciplina della comunicazione commerciale.
E’ questo il passaggio importante della pronuncia con la quale il Giurì di autodisciplina, accogliendo il ricorso presentato dal Comitato di controllo, ha ritenuto   il messaggio  “Philipp Plein”, non conforme agli artt. 9 e 10 del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.
Il messaggio, apparso a tutta pagina su un quotidiano nazionale, mostrava due modelle, l’una seduta apaticamente in primo piano con lo sguardo nel vuoto e la bocca aperta e un’altra in piedi in secondo piano, posta di fronte al lettore a figura intera, nuda con un paio di stivali, un giubbotto in pelle, un collare di pelo e il pube rasato coperto da un teschio di strass.
Per il Comitato di Controllo, la rappresentazione proposta era lesiva della dignità femminile, poiché esibisce in maniera gratuita il corpo di una donna, esposto nella parte più intima, così mercificato e asservito al prodotto. Lo scopo ultimo della comunicazione sarebbe stato di catturare a tutti i costi l’attenzione del consumatore, rappresentando la figura femminile alla stregua di un manichino privo di identità, al fine di esaltare il marchio dell’azienda: il teschio di colore argenteo posto sul pube della ragazza.
Da parte sua  Philipp Plein si era difesa sottolineando come non fosse sua intenzione veicolare una comunicazione lesiva della dignità umana, affermando inoltre che il teschio, elemento dominante nella comunicazione commerciale, era sinonimo di sopravvivenza dopo la morte e genericamente riconosciuto come antico simbolo della vita e per tali motivazioni è stato collocato sulle parti intime della modella.
Il Giurì – come si ricordava – non ha accolto le difese della ricorrente, ed ha bloccato il messaggio.  Le modelle erano rappresentate pressoché prive di fattezze umane e assumevano la postura di manichini provocatoriamente posizionati in un contesto asettico, predisposto per far convergere l’attenzione sul pube rasato e coperto dal teschio di strass. Inoltre, la mercificazione del corpo femminile marchiato e oggettualizzato nonché l’intollerabile commistione tra la sfera intima della sessualità e la sfera esteriore della pubblicità commerciale che il messaggio in questione esalta al fine di attirare a tutti i costi l’attenzione sono state ritenute scelte pubblicitarie contrarie allo spirito del Codice. Di qui lo stop.