Quella volta che (sbagliando) dissi no a Gavino

di Maurizio Badiani

Maurizio Badiani

Pochi giorni fa il Corriere della Sera ha dedicato una pagina intera a Gavino Sanna, senza dubbio il pubblicitario più famoso d’Italia. L’unico che sia noto anche al grande pubblico dal momento che, personalmente, considero Olivieri Toscani un grande fotografo ma un pubblicitario spurio.

Gavino è legato indissolubilmente ad uno degli errori (professionali) più macroscopici che ho commesso nella mia vita.

Era il 1979. Dalla periferica Firenze ero appena approdato a Milano. La prima agenzia meneghina sui cui tavoli si era aperto il mio portfolio mi aveva subito detto sì. Così mi ritrovai in Thompson. Qualifica: copy senior, anche se nell’agenzia toscana che mi ero lasciato alle spalle (l’Admarco) avevo già ricoperto per 2 anni il ruolo di Direttore Creativo. In Thompson mi furono affidati clienti bellissimi: Kodak, Atkinsons, Damiani, De Beers…Per Baruffa, profumo della Atkinsons, adottai l’adagio “C’è Baruffa nell’aria” che divenne il perno di uno spot di successo. Per De Beers – colosso mondiale dei diamanti – confezionai decine di annunci con splendidi scatti realizzati da grandi fotografi e dai titoli giocati spesso sull’understatement (“Dopo un piccolo litigio meglio metterci una pietra sopra”, dove la “pietra” era un solitario da parecchi milioni di lire). 

Lavoravo poco e producevo molto. E, soprattutto, quello che producevo, “usciva”.

In altre parole ero contento del salto che avevo fatto e che mi aveva portato dalla città del giglio a quella della madonnina.

Finché un giorno, a mettere in crisi le mie certezze, arrivò inattesa una telefonata.

Dall’altra parte della cornetta qualcuno mi invitava ad un colloquio di lavoro. Anche per un fatto di mera correttezza non ho mai detto di no a chi voleva conoscermi. E tanto meno lo feci quella volta. La persona che stava dall’altra parte della scrivania era un bell’uomo dalla fronte ampia e dai lunghi capelli che ricordavano il famoso innamorato di Peynet. Sfogliò con attenzione il mio portfolio. Poi lo richiuse con calma e si accomiatò con un sorriso gentile accompagnato da poche parole “Ti farò sapere”. 

Il giorno dopo il telefono squillò di nuovo: il personaggio dai modi compiti e dal sorriso invitante mi chiedeva di andare a lavorare per la sua nuova agenzia. 

“Mi è piaciuto il tuo lavoro e questa è sicuramente l’agenzia giusta dove puoi mettere in mostra velocemente il tuo talento”. 

L’agenzia era la Benton & Bowles, da poco approdata in Italia, e il distinto signore che mi invitava a raggiungerlo era Gavino Sanna, appena tornato da una lunga esperienza americana. 

A me, sempliciotto ragazzo di provincia, non parve corretto lasciare l’agenzia dove lavoravo da così pochi mesi.

Gavino mi ripeté più volte che stavo sbagliando e che un giorno mi sarei pentito di quel mio “moralistico” rifiuto.

Il recente articolo de Il Corriere della Sera mi ha riportato alla mente quel lontano episodio.

E quel mio “NO” pronunciato tra mille dubbi e mille tentennamenti. 

Probabilmente il più grosso errore che ho commesso nella mia carriera.