Alex Cotoia si racconta a Luca Casadei nel podcast “One More Time” nella sua ultima intervista prima della condanna

«La violenza sulle donne è un fenomeno sociale, se una donna trova la forza di denunciare deve essere ascoltata. Per fare quel passo quella donna si è fatta tanto coraggio… lei sa che, se il marito, compagno o fidanzato con cui abita, viene a saperlo, per lei è la fine. Noi non abbiamo avuto il coraggio, avevamo tanta paura». A parlare è Alex Cotoia, noto alla cronaca come Alex Pompa, ospite di Luca Casadei nella nuova puntata di “One More Time” (OnePodcast), nella sua ultima intervista rilasciata prima della condanna in secondo grado a 6 anni e 2 mesi di reclusione di mercoledì 13 dicembre 2023, arrivata dopo l’assoluzione in primo grado.  

Alex Cotoia e Luca Casadei

Un’intensa e toccante intervista che riporta in luce la storia di Alex, un ragazzo qualunque che si racconta ripercorrendo la sua tortuosa adolescenza sconvolta da una tragica vicenda: all’età di 18 anni per difendere la sua famiglia uccide suo padre. Il nuovo episodio di “One More Time” è disponibile da oggi, giovedì 14 dicembre, sull’app di OnePodcast e su tutte le piattaforme di streaming audio. 

Alex racconta a Luca Casadei come suo padre fosse un uomo violento che ha condizionato i suoi rapporti con gli amici e il periodo scolastico: «Mia mamma fa la cassiera, mio papà faceva l’operaio. Vengo da un contesto familiare semplice. Ho trascorso la mia infanzia a Piossasco, in provincia di Torino. Abbiamo vissuto dieci anni in quell’abitazione: i primi anni non sono stati come gli ultimi, c’è stata un’evoluzione della violenza che vivevamo dentro casa e questo elemento ha influenzato i miei rapporti con le altre persone e con la mia sfera sociale di amici e conoscenze. Mi è sempre piaciuta la scuola. Era quel momento in cui io non ero a casa, era il mio svago. Sapevo che il difficile veniva dopo, quindi per me la scuola era bella. Mi piaceva socializzare, ho conosciuto lì la mia attuale ragazza».

Sul suo rapporto con il padre racconta: «Con mio papà non c’è mai stato un rapporto affettuoso. La prima volta che mi ha picchiato avevo 6 anni. Avevo fatto cadere una cosa per terra e mi ha tirato un calcio così violento che sento il dolore ancora adesso se ci penso. Verso i 10, 11 anni inizio a capire che nella nostra famiglia c’era qualcosa di diverso, inizio a capire che insulti, minacce e botte nei confronti nostri e di mia mamma non erano cose normali… In pubblico era molto equilibrato, voleva apparire come una persona a modo. Usava le mani, cinghie e spesso anche coltelli (…). Noi vivevamo due fasi “papà pronto ad accendersi” e “papà acceso”, nella prima dominava un silenzio assordante in cui sapevi che bastava poco per trasformarsi in violenza pura e cruda». 

Anni di infanzia scanditi dalla paura di sentirsi giudicati e di subire la pietà delle persone che lo circondavano: «Con gli amici inventavo scuse, mettevo il fondotinta di mia mamma sul viso per mascherare i segni della sua violenza. Questa cosa ha condizionato tantissimo il mio rapporto con gli altri perché avevo paura di relazionarmi, avevo paura che gli altri riuscissero in qualche modo a scoprire quello che stavo vivendo a casa. Non volevo essere Alex quello che ha problemi a casa, ma Alex che ha delle passioni. Tenere solo per me e per la mia famiglia quello che noi vivevamo in casa è una cosa che mi porto dentro fin da piccolo, che ho sempre più coltivato negli anni. Non ho mai visto di buon occhio la pietà e la compassione, cosa che ha condizionato il mio rapporto con la scuola: io ce la faccio anche con i miei problemi a casa, io a scuola vado bene, ma vado bene per merito mio, perché io riesco a studiare con le urla e non perché i professori sanno che ho problemi a casa e allora magari non correggono qualche errore».

Un marito che assillava la madre per avere il controllo della sua vita e che ha provato ad allontanare Alex e suo fratello Loris: «Mia mamma era diventata la sua ossessione. Quando andavano in macchina insieme, mio padre la terrorizzava per gelosia e possessività ad un livello estremo. Lui era geloso e voleva a tutti i costi controllare in tutto e per tutto la vita di mia mamma. Voleva essere anche l’unica persona della sua vita… a un certo punto io e mio fratello Loris siamo diventati i suoi due ostacoli, eravamo altre due persone che facevano parte oltre lui della vita di mia mamma e quindi cercava in tutti i modi di allontanarci. È stato difficile rimanere uniti, ci diceva che eravamo dei falliti e che dovevamo andarcene di casa perché voleva rimanere solo lui con mia mamma».

Un’aggressività che si è manifestata gradualmente: «la violenza sulle donne è una cosa che muta nel tempo…. negli ultimi 10 anni ho vissuto questa escalation verso la gelosia e la morbosità più totale. Litigare su cose che lui si inventava, non per veri e propri argomenti ma su dei castelli che si autocostruiva. Spesso non si sapeva neanche il perché e su cosa si stava litigando» e aggiunge «Io non ho mai capito perché mio padre è cambiato in questa maniera. Me lo sono sempre chiesto, ho anche affrontato un percorso psicologico che sto ancora sostenendo, ma non ho mai capito cosa è scattato in lui tanto da diventare una persona così violenta così tossica, così gelosa di tutto e di tutti».

Nel tempo ha provato a darsi delle spiegazioni: «Credo fosse una grande insicurezza interiore esplosa quando ha visto in mia mamma la sua ossessione, la sua unica ragione di vita, però malata, un’idea marcia perché, se tu vuoi tanto bene a una persona non la fai isolare dal mondo, ma la fai conoscere al mondo. Lui aveva così tanta paura del mondo e degli altri che ha cercato di emarginarla il più possibile, di allontanarla dalla sua famiglia e dal lavoro. Per mio papà, mia mamma aveva oltre 500mila amanti al lavoro. Ogni elemento che potesse allontanare da lui mia mamma lo faceva impazzire e lo manifestava in maniera così violenta».

Tra gli episodi più violenti: «Nel 2014 mio fratello aveva 16 anni e voleva andare a dormire da un suo amico, ma mio padre non voleva e gli ha imposto di tornare a casa. Inizia a picchiarlo e a morderlo e Loris è andato in giro con i segni dei suoi denti sul corpo per giorni. Lui usava su di noi il 100% della forza e noi subivamo passivamente perché era comunque nostro padre, si fermava quando ti vedeva sfinito e si accorgeva di aver superato il limite. Quella volta il vicinato ha chiamato i carabinieri, lui si è fatto vedere come una persona tranquilla e normale. È riuscito pure a convincere i carabinieri a non firmare il foglio del loro intervento».

Più volte Alex, Loris e sua madre hanno pensato di scappare: «Avevamo scelto anche una possibile metà in un paese scandinavo ma molte cose ci hanno impedito di farlo: sapevamo prima di tutto che lui non si sarebbe fermato, non vedeva confini, aveva un’ossessione talmente forte che avrebbe trovato comunque mia mamma, prima o poi ci avrebbe trovato, poi avrebbe fatto del male ai miei nonni materni con cui abbiamo un rapporto molto bello e terza motivazione non avevamo i soldi, mio papà aveva il controllo del denaro. Non avevamo un piano, eravamo un po’ morti che camminano. Ho iniziato a registrare alcuni litigi, ne ho portati in aula 260, ma sono solo una piccola parte di quello che abbiamo vissuto perché, dopo un po’, mi ero anche stancato di registrare perché era diventata una routine».

Hanno provato a chiedere aiuto ai familiari ma non hanno mai denunciato perché «avevamo paura, paura delle conseguenze. La paura ti fa fare delle cose che non vorresti. Lui diceva “i carabinieri non arriverebbero in tempo, vi ritrovano tutti morti, vi faccio a pezzettini” lo diceva così tante volte che sei dominato psicologicamente. Il nostro pensiero era ora l’ammazza, Eravamo sempre in allerta e sotto pressione. Vivevamo in un regime cautelare senza che nessun giudice avesse emesso una sentenza perché mio papà ci aveva tolto l’elemento più importante per la vita di una persona: la libertà.  Non eravamo liberi di fare niente».

Poi il fatidico giorno. Il 30 aprile 2020, quando vivevano già a Collegno, il padre va oltre, si avvicina ai coltelli. Poteva uccidere sua madre e Alex reagisce. «Ho ucciso mio padre. Ho chiamato io stesso i carabinieri, mi portarono prima in ospedale perché avevo un taglio al dito. Poi mi separano dalla mia famiglia. Ero sotto shock, avevo le convulsioni e mi hanno dato delle pastiglie per calmarmi. Non ho ricordo di quello stato mentale. Passai venti giorni in carcere, sono stato in isolamento e ho conosciuto un uomo che ha provato a suicidarsi. Successivamente sono passato agli arresti domiciliari a casa di un mio amico, dove mi sono curato per il mio riscatto sociale e poi mi sono trasferito dai miei nonni materni. Ho rivisto mio fratello dopo tanto tempo, è stato un momento bellissimo ed emozionante».  

Dopo la prima sentenza emessa nel 2021, che ha decretato l’assoluzione totale, mercoledì 13 dicembre 2023 Alex ha ricevuto una condanna nella sentenza della Corte d’Assise e d’Appello, a 6 anni e 2 mesi di reclusione.  

A Casadei, nell’intervista rilasciata poco prima della condanna, ha raccontato: «Oggi sono pentito di quello che ho fatto. È veramente difficile alzarsi e avere sulle spalle il peso di aver ucciso mio padre per salvare la mia famiglia. È un peso enorme. Sotto il punto di vista psicologico dico di aver già ricevuto il mio ergastolo».