“Anche il silenzio può uccidere”: i risvolti umanitari nella narrazione delle guerre contemporanee

La guerra è tornata a permeare la nostra quotidianità. Questa la dura realtà del 2023. Dall’Ucraina al conflitto tra Israele e Hamas, lo sforzo bellico dei paesi coinvolti e dei loro alleati si accompagna all’instancabile lavoro delle organizzazioni umanitarie in sostegno ai civili. Di questo si è parlato venerdì 10 novembre 2023, alle ore 16:30, nel Salone Estense del Comune di Varese. L’incontro “Il risvolto umanitario della guerra nel racconto giornalistico”, moderato da Roberto Morandi (giornalista, VareseNews) ha visto alternarsi al microfono Maurizio Debanne, responsabile ufficio stampa di Medici Senza Frontiere, Nicola Gini, giornalista e responsabile di redazione del Giornale di Olgiate, e Martina Toppi, giornalista praticante.

Medici Senza Frontiere – ha rivendicato con orgoglio Maurizio Debanne – è presente in 74 Paesi. Siamo qui dal 1961, medici e giornalisti insieme. Bisturi e penna sono parte del nostro DNA, perché anche il silenzio può uccidere. Per noi la testimonianza è un impegno. Ma le denunce che possiamo fare non impediscono a un esercito di attaccare, né a un virus di colpire le persone». Un compito, quello della testimonianza, che serve a evitare che si accampi la “scusa dell’ignoranza” su situazioni terribili. Sia a livello popolare che governativo. “Nella Striscia di Gaza chiediamo un cessate il fuoco, o almeno delle tregue umanitarie. Senza sarà una catastrofe. Se già non lo è”, ha tenuto a sottolineare.

Il racconto umanitario deve passare con le persone che vivono la situazione di crisi, con chi vi opera. “Per questo – ha detto Debanne – in MSF i giornalisti non cercano il contatto dei presidenti o del direttivo. Chi si rivolge a noi lo fa perché sa che lo metteremo in contatto con chi è sul campo. O, se non possiamo, gli faremo comunque avere una testimonianza da lì”. In molti casi, Medici Senza Frontiere è l’unica fonte in aree di guerra. Questo impone di mantenere sempre grande credibilità e attenzione a ciò che si comunica: “I giornalisti non sono nell’ospedale di Al-Shifa – ha riflettuto Debanne pensando alla crisi a Gaza – noi sì. Quindi nessuno può confermare ciò che riferiamo. Non possiamo che pesare ogni singola parola”. E lo stesso devono fare i cronisti quando riportano le informazioni. Il rischio, al contrario, è far perdere forza al dramma delle persone o, al contrario, esagerare i pericoli effettivi.

Il discorso è caduto inevitabilmente sull’Ucraina, dove MSF aveva progetti nel Donbas. “A molti giornalisti abbiamo proposto per anni di venire a vedere la situazione. Nessuno accettava. Dicevano tutti ‘Che noia’. Il tempo, invece ci ha dato ragione”. Ma lì i cronisti si sono rivelati molto autonomi, spesso inviando reportage da località molto più vicine al fronte rispetto agli uffici di Medici Senza Frontiere. “Siamo stati e siamo più marginali in Ucraina. Abbiamo un treno che trasporta feriti attraverso il paese. Qualche giornalista è venuto, ma meno del solito. Per la prima volta vediamo un grande impegno autonomo della stampa, che non può che farci piacere: significa che è ancora possibile sensibilizzare le opinioni pubbliche sulla guerra, anche senza di noi”, ha concluso Debanne.

Il microfono è passato a Nicola Gini, che in Ucraina è stato per conto di una testata locale. “Perché? A metterci in moto è stato l’arrivo dei profughi. Il territorio è stato stravolto, nessuno poteva prevederlo. Così ci siamo attivati con raccolte fondi e di aiuti. E proprio da un furgone, partito carico di scatoloni e rientrato colmo di gente che scappava, è iniziato tutto. Ho intervistato i ragazzi, li ho accompagnati nel viaggio. Poi, non soddisfatto, sono ripartito. Stavolta per Leopoli, dove ho raccolto storie. La storia è ciò che cerca il giornalista, è l’unico modo per scendere sotto la superficie. E solo scendendo sotto la superficie possiamo capire meglio ciò che succede. Anche a casa nostra”.

Dopo quel viaggio, Gini è tornato più volte in Ucraina, sempre più vicino al fronte. Con i volontari, con i locali, con le piccole realtà sul territorio. Kramatorsk, Kostantinivka, piccole comunità agricole. E si avverte sempre una responsabilità. “Verso la professione, la deontologia, certo. Ma anche verso le persone che si incontrano. Le loro storie si raccolgono mentre i missili ti passano sopra la testa. E ti chiedi dove andranno. Forse colpiranno chi hai incontrato. In quel momento capisci quanto sia importante verificare sul campo. Si può anche restare in redazione, ovviamente. Ma non bastano le agenzie. Serve parlare con i profughi, con chi il dramma lo ha vissuto”.

La chiusura è toccata a Martina Toppi, giovane praticante dedita al racconto del volontariato locale comasco, che è partita per l’Ucraina spinta dalle stesse ragioni di Gini. “Le spedizioni dei ragazzi che ho seguito sono tutte dirette nello stesso luogo. E dopo diverse interviste mi sono chiesta quanto il racconto di chi tornava fosse completo. Così sono partita per questo istituto per minori affetti da patologie neuro-psico-motorie”. L’ospedale, molto lontano dal fronte, ha permesso di raccontare l’altra faccia della guerra. Quella di chi resta, di chi cerca di proseguire nella vita pre-bellica. “I bambini che si trovano lì – ha specificato Toppi – venivano dalle comunità ucraine russofone del Donbas. Li avevano trasferiti su dei camion appena iniziate le ostilità, per spostarli in quell’isola felice”.

Che felice non era: incassata tra Moldova, Romania e Ucraina centrale, la comunità russofona si sentiva abbandonata da tutti: “Gli uomini erano dall’altra parte del fronte, quindi non arrivavano le pensioni. Le autorità di Kiev erano concentrate sui combattimenti. Gli Stati confinanti hanno sbarrato le frontiere. Quella gente si sentiva sola. La guerra è anche questo: è ciò che distrugge la rete sociale di un Paese”. Vivendo a contatto con loro, Toppi ha testimoniato le difficoltà della gente: “Le mamme nascondono i figli maggiorenni per salvarli dall’arruolamento. I bambini non sanno comunicare a parole e hanno bisogno di aiuti che, al momento, solo le famiglie e pochi operatori sanitari provvedono a dare. E non sempre ci riescono. A volte ho visto dare schiaffi e bastonate. Non avevano scelta, erano in difficoltà. L’unica scelta che avevo era raccontare le loro storie. Senza giudizi. E questo, penso, vale per ogni situazione di guerra. Non c’è bisogno di calcare la mano: il dramma è talmente forte da emergere da solo”.