La vicenda Tim a “Report”

Sono tre le inchieste della puntata di “Report” in onda lunedì 12 dicembre alle 21.25 su Rai 3. Si parte con “Questa è Tim” di Giorgio Mottola con la collaborazione di Norma Ferrara. 

Tim potrebbe essere la prossima Alitalia. Per correre ai ripari questa estate, la nuova dirigenza ha presentato un piano per dividere l’azienda in due con l’obiettivo di cedere a Cassa Depositi e Prestiti la rete fissa, su cui grava la maggior parte dei debiti e dei dipendenti. Un progetto che la scorsa settimana è stato ufficialmente bocciato dal governo Meloni, che però finora non ha ancora presentato una proposta alternativa. Nel frattempo, il titolo in Borsa è crollato e gli indici finanziari non lasciano ben sperare. Eppure, 25 anni fa Telecom era una delle aziende floride del nostro Paese e la sesta società di telecomunicazioni al mondo. 

Sigfrido Ranucci

Come siamo arrivati a questo punto? Con interviste esclusive a ex presidenti del consiglio ed ex amministratori delegati di Telecom, “Report” ricostruirà la storia dell’ex azienda di Stato, che dopo un quarto di secolo ha subìto un vero e proprio tracollo finanziario e industriale. Di chi sono state le responsabilità? Con documenti inediti “Report” accenderà, inoltre, un faro su alcuni progetti e contratti anomali stipulati da Tim nel periodo in cui stava per chiudere l’accordo con Dazn sui diritti della serie A di calcio.

La seconda inchiesta ha per titolo “Slegati in casa”, di Luca Chianca con la collaborazione di Alessia Marzi. Si parla della recente campagna elettorale, con Salvini che ha tentato fino all’ultimo di contendersi la premiership con l’alleata Meloni, radunando migliaia di simpatizzanti nel sacro prato di Pontida, dove ha avuto inizio la storia del vecchio partito guidato da Umberto Bossi. Ma cosa nasconde questo prato dove son tornati a radunarsi i vecchi militanti della Lega Nord e di quella di Salvini Premier? 

Uno scambio di soldi tra i due partiti. La Lega di Salvini, infatti, ha versato all’immobiliare Pontida Fin, di proprietà della vecchia Lega nord, ben 250 mila euro per l’affitto di un solo giorno di raduno. Pochi giorni dopo, con una parte di quei soldi, il vecchio partito ha pagato Francesco Barachetti, l’imprenditore condannato a dicembre scorso a 5 anni nella vicenda dell’acquisto della nuova sede della Film Commission lombarda perché avrebbe sottratto fondi pubblici, con i due contabili del partito di Salvini, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni. Nomi noti per “Report”, che si è occupato più volte della vicenda. L’estate scorsa, però, spunta una storia esclusiva che vede coinvolto sempre l’imprenditore Barachetti e un comune amministrato dalla Lega. Questa volta al centro dell’inchiesta è la caserma dei carabinieri di Trezzo sull’Adda, dove Barachetti nel 2016 si è aggiudicato un appalto da 600mila euro per terminarne i lavori. 

La terza inchiesta ha per titolo “Il reso tunisino”, di Bernardo Iovene con la collaborazione di Greta Orsi e Lidia Galeazzo. Nel 2021 Report aveva documentato la spedizione dal porto di Salerno di 282 container di rifiuti in Tunisia. Furono sequestrati nel porto di Sousse perché illegali per il governo tunisino e finirono in carcere il ministro dell’ambiente e vari funzionari della dogana e dell’agenzia nazionale dei rifiuti tunisina. La Tunisia ha fatto pressioni perché i rifiuti tornassero in Italia, ci sono state anche proteste da parte degli ambientalisti sotto la nostra ambasciata a Tunisi. 

Bernardo Iovene ha ricostruito gli aggiornamenti della vicenda a partire dal viaggio del nostro ministro degli esteri il 28 dicembre del 2021 in Tunisia, fino al rientro dei rifiuti l’11 febbraio di quest’anno. Trasportati in centri di raccolta nella piana del Sele, in provincia di Salerno, nei comuni di Serre, Persano Altavilla e Battipaglia, la loro presenza ha suscitato le proteste dei cittadini dell’area. Restano decine di milioni di euro da pagare, dopo che la nostra magistratura avrà stabilito le responsabilità. Ma la storia non è finita: in Tunisia ci sono ancora 69 container da riportare in Italia, sui quali il Paese nordafriano ci fa sapere che non transige.