Ti affido il racconto di una parte della mia vita. Usalo bene

Katia Trinca Colonel, responsabile della comunicazione di CSV Insubria, apre il dialogo attorno al tema del volontariato e della comunicazione sociale.

Gli antichi romani chiamavano limiti quelle pietre che segnavano i confini. Le storie di volontariato toccano spesso quei sacri confini che – come le pietre degli antichi romani – segnano un territorio da proteggere. Dall’altra parte c’è però il valore positivo – che viene riconosciuto e apprezzato – delle buone notizie.

La dott.ssa Colonel ha sollevato più interrogativi: quali sono i limiti in queste narrazioni? Per esempio, è sempre necessario definire con un nome e un cognome i protagonisti? Quali le parole da maneggiare con cura? Qual è il confine tra diritto di cronaca, valorizzazione di una storia o di una persona e rispetto della sua riservatezza, anche in conseguenza delle appartenenze ricadute sulla persona stessa o sulla sua famiglia o sulla sua comunità di appartenenza?

La comunicazione sociale è un tema molto importante e poco seguito rispetto alla preponderanza di materiale a riguardo. Nel sociale spesso abbiamo a che fare con storie molto delicate che andrebbero maneggiate con cura, invece a livello giornalistico non sempre vengono trattate in modo adeguato.

Chiara Giaccardi, professoressa di Sociologia dei processi culturali e comunicativi, afferma che l’informazione sociale non è un’isola. È un settore dell’informazione molto delicato, che riguarda una parte fragile della vita delle persone.

Passa poi ad analizzare il Diritto dell’Informazione, citando il libro di Harari, HOMO DEUS: è l’informazione che deve essere libera di fluire. La libertà di informazione è data dalle informazioni, non dagli umani. “Va ripensato il libro rispetto alla libertà di informazione e questo è sano” – spiega Chiara Giaccardi – “Dobbiamo porre dei limiti al sistema d’informazione in cui siamo immersi, se no diventiamo dei semplici chip”.

Importante il silenzio. “Non di tutto si deve parlare, non di tutto si può parlare. Non basta dire qualcosa di vero per fare giornalismo. L’informazione deve saper dialogare con il silenzio, diventa se no pericolosa perché alimenta questo “capitalismo” informativo e dall’altra parte quando tutto è sottoposto a informazione si fatica a generare vera conoscenza. Ciò che andrebbe portato in primo piano è quello che sta sullo sfondo”.

Da queste affermazioni si capisce come la narrazione sia un dono, una palestra etica. Raccontare vuol dire prendersi una responsabilità. Cercare un senso dentro ciò che accade, selezionando cosa dire e cosa no. La narrazione è uno strumento importante per portare le persone a riflettere. Non si parla di storytelling. In un mondo dove siamo dominati dall’identità, guardare ciò che è altro da noi ci aiuta a diventare chi siamo. Le relazioni ci permettono di confrontarci e di capire chi siamo.

La narrazione può aiutare a trovare l’individuazione di se stessi ed è importantissimo dare il giusto peso e significato ai termini e alle parole. Nelle parole c’è una parte di mistero e al contrario di un termine che si aderisce perfettamente a una cosa, la parola va maneggiata con estrema cura. “La miseria simbolica di questo tempo deve essere fermata” – conclude Chiara Giaccardi – “e la ricchezza della parola deve essere recuperata”.

Giulio Sensi, giornalista comunicatore sociale e formatore del Corriere della Sera e curatore dell’inserto Buone Notizie –  parte citando il libro “Il cinico non può fare il giornalista” di Kapuściński.  “Da questo libro ho imparato che anche i giornalisti sono persone, che non c’è nulla di obiettivo. Le mie tre s: sono la sensibilità, il sociale e il servizio. A mio avviso, la deontologia è sopravvalutata. Se metti delle regole, metti a rischio la responsabilità. Serve immergersi in un’altra visione: la vera chiave è rendersi piccoli e ascoltare l’altro. La cosa fondamentale è mettersi in dubbio, continuamente. Farci più domande di quelle che ci facciamo. E nella narrazione è molto importante la responsabilità nel rispettare le fragilità altrui. Quando ti occupi di una storia, devi capire quel fenomeno, fino in fondo. La curiosità è l’elemento chiave. Qui sta tutta la deontologia, a mio avviso. L’attenzione al linguaggio, nel sociale, è molto importante. Il giornalista deve studiare il sociale”.

Dunque, perché si racconta una storia? Lo si fa affinché qualcuno si identifichi e possa trasformare la propria fragilità in forza. Modificando i limiti in possibilità, definendo dei confini e rispettandoli. Raccontare le cose allargando il perimetro permette a chi legge di guardare verso l’orizzonte che viene indicato e creare da lì la propria visione sulla realtà. Qui sta il significato di volontariato.

Tema della missione educativa del giornalismo. Spesso si sente dire che il giornalista non deve fare il missionario, deve raccontare la notizia e basta. Chi si occupa però di giornalismo sociale non lo ritiene corretto. “Ogni affermazione pubblica ha delle conseguenze e degli effetti” – afferma Chiara Giaccardi – “non tutti hanno gli strumenti per comprendere la complessità dei temi che si trattano nel sociale. Comunicare significa dare forma alla realtà e questo è un gesto di responsabilità enorme. Dobbiamo quindi capire che forma vogliamo dare alla realtà e con quali conseguenze”.