Letta e la magia del numero 3

di Maurizio Badiani

Maurizio Badiani

“Opposizione, opposizione, opposizione!”. Il grido programmatico di Enrico Letta richiama molto il “Resistere, resistere, resistere” di Francesco Saverio Borrelli, lanciato esattamente 20 anni fa in difesa dell’indipendenza dei giudici contro ogni ingerenza governativa.

 A cosa si opporrà il leader del PD lo diranno il futuro e i politologi di professione.

La mia curiosità si limita a quella ripetizione triadica del verbo. E all’enfasi che ne deriva. Se andiamo con la mente indietro nel tempo non sarà difficile imbattersi in una serie di “esempi” in cui una frase passata alla storia nasce dall’accostamento accorto di 3 parole.

Il primo esempio che mi balza in testa (non me ne voglia Letta per il riferimento) è il ducesco “Credere, obbedire, combattere!”. 

Per restare in quell’ambito storico, di tre parole sono composti molti “slogan” o gridi di battaglia dell’immaginifico D’Annunzio. Sono suoi: “Memento audere semper ” o il guerresco “Eia, eia, alalà “. Ma la forza retorica che deriva dall’impiego di tre parole è una scoperta antica. 

Chi non ricorda il “Veni, vidi, vici” con cui Cesare dette notizia del suo trionfo Pontico. I mille avvenimenti di una spedizione militare concentrati in uno slogan! 

Tre parole, tre verbi, esattamente della stessa lunghezza, che cominciano tutti con una “v” e finiscono tutti con una “i”. Che simmetria! Abbandonata l’elsa, il condottiero si dimostrò grande anche impugnando lo stilo! Quando attraversò il Rubicone, insieme ai famosi dadi, gettò un grido – anch’esso di 3 parole – destinato a fare storia: “Alea jacta est”. 

Chissà se l’impiego di 3 parole fosse voluto o dettato dall’inconscio. 

Già a partire dai Pitagorici, infatti, il 3 era considerato numero perfetto. Questo perché costituito dalla sintesi del pari (2) e del dispari (1). Ma al di là di quella Greca il 3 ha avuto significati magici in quasi tutte le culture. A partire dalla sfera religiosa.

 Quasi ogni popolo antico ha adorato una “triade” di dei. 

Gli induisti venerano da secoli Brahma, Shiva e Vishnu. Gli Etruschi adoravano Tunia, Mnerva e Uni. La “triade” Tebana era composta da Amun, Mut e Khonsu. Quella Romana era data da Giove, Giunone e Minerva. E la religione Cristiana, pur di non essere da meno dei pagani e far tornare i conti, alla figura del Padre e del Figlio dovette aggiungere la figura – per un non credente decisamente alquanto astrusa – dello Spirito Santo.

Il 3 continuò a informare di sé tutto il Medio Evo. Dante, genio medioevale per eccellenza, imposta su quel numero magico (o “perfetto”) tutta la costruzione della sua Commedia: 3 sono le Cantiche, 33 i canti e 9 (3×3) i gironi dell’inferno. 

Ora mi fermo e lascio ai miei lettori lo sfizio di continuare a proprio piacimento il giochino del 3. 

Anche perché, partendo dalle parole di Letta, mi accorgo di essere finito addirittura all’inferno. 

E – come è facile intuire – più là non posso andare.