Cercasi artista: Carlo Virga

di Maurizio Badiani

Nei primi anni 90 ho trascorso due anni a Roma. Lavoravo in Publicis (Aventino) e abitavo in via del Boschetto, in Rione Monti. 

Tutte le sere, tornando a casa dall’ufficio, attraversavo Via Cavour nel punto in cui questa incrocia Via dei Serpenti.

Lì, sull’angolo, sotto una fitta impalcatura di tubi Dalmine, abitava e lavorava Carlo Virga. L’impalcatura in ferro gli serviva da protezione e, insieme, da galleria. Carlo tendeva tra i tubi rotondi delle lunghe strisce di nastro adesivo trasparente e, su quelle, incollava i suoi “lay out” prodotti durante la giornata; piccole o grandi carte dipinte a tempera o ad acquarello con i suoi soggetti preferiti: uccelli, scorci urbani, astronavi…

Uno dei soggetti più frequenti era un bambino-astronauta, dalla grande testa, sul cui “casco” si riflettevano altre figurazioni.

Quello che mi colpiva del lavoro di Carlo era lo straordinario uso del colore. E una freschezza di insieme e d’invenzione che è propria solo dei veri artisti.

O dei bambini. Carlo – minuto anche nella persona – era rimasto bambino dentro. Il suo “bambino interno”, quello che tutti noi abbiamo da piccoli e che perdiamo crescendo, lui lo aveva conservato intatto. E quel bambino dipingeva. 

Carlo non chiedeva l’elemosina. Vendeva le sue opere. Per pochi euro. Il necessario che gli serviva per mangiare. E per comprarsi i colori e la carta che gli erano indispensabili per dipingere.Carlo, per me, era un artista senza sapere di esserlo. Viveva da artista, E da artista dipingeva. Dando sfogo alle sue fantasie. 

Quasi ogni sera, a Carlo, acquistavo un disegno o due. Che, tornato a casa, posavo su un grande tavolo di vetro. Su cui non mangiavo mai. 

Così, alla fine del mio periodo romano, su quella superficie trasparente si erano accumulate decine e decine di opere, grandi e piccole: una collezione privata nata dall’incontro tra il gusto di Carlo e il mio. 

Una sera, tornando come al solito dal lavoro, mi accorsi, con grande disappunto, che il castello di tubi Dalmine che per quasi due anni aveva segnato il paesaggio di quel pezzo di strada non c’era più. E insieme a quei ferri arrugginiti era svanito anche il mio amico Carlo. 

Da allora non l’ho più visto. Né so che fine abbia fatto. So solo che era un artista. Povero, innocente ma un artista. Di quelli veri. A cui la vita, che è crudele, e il mercato, che è cinico, difficilmente daranno la fama o la notorietà che quel piccolo, tenero, uomo si sarebbe meritata. 

Se qualcuno dei mie lettori Romani avesse notizie di lui, mi scriva: questo è il mio indirizzo: maubadiani@gmail.com