Il grande Zeri e il piccolo Inglese

di Maurizio Badiani

Federico Zeri sosteneva con convinzione che molti letterati – i quali sarebbero arrossiti in volto se colti in castagna su un solo libro non letto – fossero poi, in fatto di arte, dei bambini di 4 anni senza vergogna. 

Di esempi che confortano la tesi di Zeri è piena la storia. 

Alcuni giorni fa mi trovavo a girovagare per le vie di Roma. A farmi da viatico nelle mie peregrinazioni un libretto scritto da qualcuno che aveva percorso quelle stesse strade un secolo e passa prima di me. Il titolo: Impressioni di Roma. 

Si tratta di bozzetti, di acquerelli letterari come si diceva all’epoca, delle “istantanee” fissate con la penna prima che la macchina fotografica facesse la sua comparsa: beghine che salgono in ginocchio la scala santa, processioni pompose e interminabili, esecuzioni pubbliche (frequentissime nella città dei papi), corse dei barberi durante il carnervale…Fin qui tutto bene. Gli appunti sono freschi anche se condotti sempre con quell’aria di superiore, spocchiosa sufficienza di chi scendeva in un paese “arretrato” come il nostro da un paese “civilised” come l’Inghilterra.

Il problema sbuca fuori dal libretto ogni volta che il nostro letterato (perché, come si sarà capito, di un letterato si tratta) affronta temi inerenti all’arte. 

Trascrivo. Il nostro uomo sta parlando del Ponte Sant’Angelo, quello decorato da dieci splendide statue del Bernini e della sua scuola: 

“Il ponte è adorno di statue – opere spregevoli – e tra queste…”. “Spregevoli”?. Uno si chiede: beh, forse quel giorno un sole infuocato ha colpito il riguardante negli occhi impedendogli di vedere bene. Niente affatto. Come se volesse toglierci ogni dubbio il nostro Cicerone torna di nuovo sul punto e vi si intrattiene con parole inequivocabili:”…le opere del Bernini e dei suoi discepoli, delle quali le chiese di Roma abbondano e che credo siano veramente della peggiore specie che si possa trovare al mondo…opere di matti da manicomio…Tanto che sono portato a credere che in nessun luogo come a Roma, simili intollerabili aborti, generati dallo scalpello dello scultore, si possano trovare in tale abbondanza”. 

A scrivere tali vaneggiamenti non è uno sprovveduto qualsiasi ma un letterato di fama mondiale che risponde al nome di Charles Dickens.

A sua parziale discolpa – dopo oltre 150 anni provo a vendicarmi almeno in parte della sua supponenza anglicana – devo dire che il pur grande (letterariamente) Dickens veniva da un paese “barbaro in arte”, da una terra che non ha mai avuto (fino a Constable e Turner) una propria scuola di pittura tanto che i monarchi inglesi, per potersi far ritrarre, furono costretti a scomodare prima Holbein dalla Germania e poi Van Dyck dalle Fiandre. E per dare un po’ di luce alle tetre pareti dei propri manieri dovettero far man bassa di ogni Canaletto che, sottratto ai bagliori della Serenissima, fosse affiorato sul mercato. Tornando a Dickens: come letterato sarà pure stato un gigante, ma come critico d’arte – e Zeri da lassù non potrà che annuire – non era altro che poco più di un bambino!