D’Annunzio, l’uomo che inventò se stesso

di Maurizio Badiani

Su Rai 3 è passato poche sere fa un bel lavoro firmato da Bruno Giordano Guerri: D’Annunzio l’uomo che inventò se stesso.

Guerri conosce molto bene l’argomento visto che dal 2008 è presidente (e dal 2014 anche direttore generale) della Fondazione Vittoriale degli Italiani, a Gardone Riviera.

La trasmissione curata da Guerri ha avuto il merito di non fermarsi alla superficie del “fenomeno D’annunzio” ma di andare in profondità sul personaggio cercando di metterne in evidenza le tante contraddizioni e le infinite sfumature.

Cosa non facile da fare entro i tempi ristretti di una trasmissione di divulgazione.

Grande trascinatore di folle grazie anche alla sua straordinaria capacità oratoria (si vantava di conoscere 15000 vocaboli al posto degli 800 utilizzati dai comuni mortali), autentico “influencer” ante litteram, il poeta di Pescara – proprio per il largo seguito di cui godeva – fu corteggiato a lungo dai più importanti politici del suo tempo.

A cominciare da Italo Balbo e Dino Grandi – due numeri uno del fascismo nascente – i quali si recarono in pellegrinaggio a Gardone, dove il poeta già risiedeva, per fargli una proposta “singolare”: porsi alla guida di una futura…Marcia su Roma.

Il Poeta invitò i due ad attendere l’indomani visto che durante la notte avrebbe dovuto “consultare ” la sua stella.

Il mattino dopo la risposta del poeta fu spiazzante e molto…dannunziana: “Dovete scusarmi ma stanotte il cielo era coperto e la stella non sono riuscito a vederla”. 

Scornati, i due se ne andarono con la coda tra le gambe. Oggi sappiamo bene quale altra strada prese la storia.

Persino Antonio Gramsci andò in visita dal Vate. Il quale però evitò di riceverlo.

Gramsci – D’Annunzio: due nomi apparentemente agli antipodi. 

Eppure, se leggiamo per esteso la Carta del Carnaro redatta – per volere del Poeta – dal sindacalista Alceste De Ambris, forse ci rendiamo conto che la distanza che separava i due uomini non era poi così incolmabile.

La Carta del Carnaro fu scritta nei primi mesi del 1920 e promulgata l’8 Settembre dello stesso anno. 

Avrebbe dovuto essere la Costituzione dello Stato Libero di Fiume, l’atto giuridico fondante di un sistema sociale così avanzato da non avere eguali per l’epoca. E non soltanto per quella. 

Al centro e a fondamento della Carta stavano i valori della vita di ogni persona. Già l’articolo 2 recitava: “La Repubblica del Carnaro é una democrazia diretta…essa conferma…la sovranità collettiva di tutti i cittadini senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione…”. E l’articolo 5 aggiungeva: “La Costituzione garantisce inoltre a tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, l’istruzione primaria, il lavoro compensato con un minimo di salario sufficiente alla vita, l’assistenza in caso di malattia o d’involontaria disoccupazione, la pensione per la vecchiaia…il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario o di abuso di potere”. 

Peccato che molti di quei “principi” fossero destinati a restare lettera morta. 

A mandare in fumo il sogno fiumano ci pensarono le cannonate di Giovanni Giolitti. 

A partire dal 24 Dicembre, il rieletto capo del governo dette ordine alle due navi Andrea Doria e Duilio di bombardare il Palazzo del Governo sede del comando dannunziano.  

Quel Natale di sangue, come lo chiamò poi il Poeta, durò 5 giorni e 5 notti provocando molti morti e numerosi feriti. 

Tra le macerie di Fiume perirono anche tanti degli ideali della Carta del Carnaro.

Solo alcune istanze relative al mondo produttivo vennero recepite dalla Carta Del Lavoro del 1927.

Ma molti dei principi più utopici e innovativi che la Carta del Carnaro conteneva aspettano ancora oggi – dopo oltre 100 anni – di essere realizzati.