Tiziano, Venezia e le sue donne

di Maurizio Badiani

Da anni è in atto un crescente movimento di rivalutazione del ruolo della donna nella società. Questo atteggiamento non ha lasciato immune neppure il mondo dell’arte che ha fatto riemergere dal buio di un passato più o meno lontano figure prima ignote trasformandole velocemente in autentiche icone di emancipazione e di riscatto. 

Tra queste cito: Artemisia Gentileschi, Tamara Lempicka, Frida Kahlo.

La mostra in corso a Palazzo Reale di Milano (“Tiziano e l’immagine della donna nel Cinquecento veneziano”), tende ad inserirsi in questo filone. Il rischio però di interpretare il passato con gli occhi distorti del presente è sempre in agguato. Personalmente non credo che la donna nel cinquecento, a Venezia come altrove, abbia avuto quel ruolo così “centrale” e di primo piano come qualche moderno storico vorrebbe far credere.

Un esempio, giusto per restare nel mondo dell’arte: oggi noi conosciamo i nomi di almeno una decina di pittrici veneziane del 500 ma di nessuna di loro è sopravvissuto un solo quadro. Mancanza di bravura? Non credo proprio, considerando anche la buona fama di cui godevano le stesse quando erano in attività. 

Il fatto è che esse “lasciavano la firma” ai mariti o ai pittori maschi della famiglia. 

La società veneziana dell’epoca non si sottraeva ai dettami maschilisti in auge un po ‘ovunque. I Dogi erano maschi e sempre e soltanto maschi erano gli appartenenti a tutte le cariche pubbliche, le quali restarono sempre ermeticamente interdette alle donne. I patrimoni delle grandi famiglie venivano lasciati al primogenito e le femmine, se non avevano la fortuna di trovar marito (privilegio riservato alle figlie maggiori) finivano dritte in monastero. Maritar o monacar erano le uniche opzioni rispettabili per una giovane donna veneziana. I monasteri erano innumerevoli e tutti dotati di clausura: vere prigioni – anche se a volte dorate – per le forzate che vi venivano recluse. Alternativa al matrimonio o al monastero era la prostituzione. È stato calcolato che nella Venezia del 500 si contassero oltre 11.000 prostitute, all’incirca il 10% dell’intera popolazione. Ve ne erano per ogni borsa, da quelle di lusso, le “cortigiane”, a quelle “de lume” che professavano per strada. E poi c’erano i bordelli, eloquentemente definiti in veneziano “beccherie da femene” – cioè, scannatoi, mattatoi di donne.

La presenza in laguna di un così variegato mercato erotico, adatto ad ogni tasca, costituiva una delle principali attrattive della città. Tanto che un proverbio cinquecentesco recitava: “Vino vicentino / pane padovano / trippa trevisana / puttana veneziana”. Dove la puttana – si noti bene – veniva dopo la “trippa”. 

Quello della prostituzione era un mercato così florido che nel 1565 un anonimo scrittore pensò bene di dare alle stampe, ad utilità soprattutto dei “foresti”, un vero e proprio “Catalogo de tutte le principali e più honorate cortigiane” che presentava una selezione di 210 professioniste del sesso fornendone nome, indirizzo e tariffa. Dove scopriamo che l’Antonia chiedeva 6 scudi ma alla Chiaretta, sul Ponte de l’aseo, si poteva offrire “quel che si vuole”. Venezia era già allora quella che divenne sempre più col crescere della sua decadenza economica: e cioè una vera Disneyland del tempo dove gioco d’azzardo e sesso erano le principali attrattive. 

Nell’avventurarsi nel magnifico labirinto delle “belle” che compaiono nella Mostra milanese è perciò utile tenere presente che si tratta di immagini di un’epoca lontana dove non sempre i riferimenti simbolici sono di facile ed univoca lettura. 

La mano che scosta il seno può essere interpretata come profferta di amore sincero al futuro marito o, al contrario, un segno di disponibilità mercenaria verso il riguardante. 

Gli elementi floreali alludevano spesso alla figura mitologica di Flora Meretrix e la rosa – in particolare – rappresentava, all’interno di certi contesti, il sesso femminile.

Un petalo rosso posto tra i seni poteva costituire un tocco d’innocente poesia. 

Ma per le cortigiane dell’epoca era il segnale per comunicare che la signora, in “quei giorni”, non era, come dire? tecnicamente disponibile. 

Anche i capelli, nella Venezia del 500, potevano trasformarsi in un segnale di casta o di mestiere visto che “farsi i rizzi”, se era quasi obbligatorio per le cortigiane e le donne di piacere, era disdicevole per le “madonne”.

In comune – le une e le altre – avevano però spesso il biondo del crine che si procuravano con strani intrugli ed estenuanti sedute sotto i raggi cocenti del sole.

Molti secoli dopo il periodo di cui stiamo parlando, Guillaume Apollinaire definì Venezia “sexe female d’Europe”. 

Perdersi con gli occhi tra le “belle” di Palazzo Reale è il modo più semplice e affascinante per capire perché. 

PS. Nel momento di chiudere questo pezzo apprendo che la Russia sta richiedendo indietro – a causa delle note vicende belliche – almeno due quadri esposti finora. Un motivo “morale” in più per visitare la mostra. 

Nota. Ho attinto da varie fonti le notizie per imbastire questo articolo.

Di particolare utilità mi è stato l’accurato “Jacopo Tintoretto e i suoi figli” di Melania Mazzucco, Rizzoli Editore, oltre 1000 pagine dense di fatti maggiori e minori sulla vita, non solo artistica, della Venezia del XVI° secolo.