Parole e pietre: Capanna e l’inno del “68

di Maurizio Badiani

E’ morto Paolo Pietrangeli, autore di “Contessa”, secondo Mario Capanna “La prima autentica, bellissima colonna sonora del Sessantotto”.

Mi permetto di dissentire dal giudizio entusiastico di Capanna: la canzone non era quel capolavoro che il tempo e la nostalgia la fanno apparire ai suoi occhi. Trovo più ponderato il parere di Guccini a cui quel brano non è mai piaciuto molto: “Già allora troppo enfatico e anacronistico.” E, mi permetto di aggiungere, troppo intriso di violenza verbale e troppo esplicito. Un volantino in musica frutto più di retorica che di poesia. Forse anche per questo non ha mai incontrato appieno i miei gusti.

Una doverosa precisazione: anch’io, come molti della mia generazione,”ho fatto il “68”. Per di più a Pisa, culla di Lotta Continua e di Potere Operaio. Solo per un colpo di fortuna (la manica del mio pullover – strappandosi – rimase tra le mani del celerino che mi aveva acciuffato!) mi sono risparmiato la gragnuola di anni di galera che travolse invece alcuni miei compagni di idee e di strada.

Come Guccini anch’io allora mi definivo “anarchico”. Ma il mio cuore batteva per Capitini (profeta della non violenza) e per Malatesta, non certo per i bombaroli alla Galleani. La violenza non mi attrae oggi così come non mi attraeva allora. Di conseguenza tra me e il testo di quella canzone c’era – e c’è ancora – un diaframma che non si è mai colmato: “Prendete la falce, portate il martello / Scendete giù in piazza, picchiate con quello…se questo è il prezzo vogliamo la guerra / Vogliamo vedervi finir sotto terra…”.

Qualcuno prese quell’invito alla lettera. Le parole sono pietre. E le pietre ben presto si trasformarono in piombo. Così le fresche speranze sbocciate nel Maggio Francese sfiorirono rapidamente finendo col marcire in una miriade di rivoli di sangue.

Colpa di una canzone? Non sono così decerebrato da pensarlo. Mi limito solo a sottolineare che certe parole che istigano all’odio e alla violenza è sempre meglio non pronunciarle. Perché – che siano dette o cantate – una volta affidate al vento, possono contribuire ad alimentare incendi le cui conseguenze non sono mai prevedibili. 

Qui sotto riporto per intero il testo della canzone di Pietrangeli: 

Che roba contessa, all’industria di Aldo

Han fatto uno sciopero quei quattro ignoranti

Volevano avere i salari aumentati

Gridavano, pensi, di esser sfruttati

E quando è arrivata la polizia

Quei pazzi straccioni han gridato più forte

Di sangue han sporcato il cortile e le porte

Chissà quanto tempo ci vorrà per pulire

Compagni, dai campi e dalle officine

Prendete la falce, portate il martello

Scendete giù in piazza, picchiate con quello

Scendete giù in piazza, affossate il sistema

Voi gente per bene che pace cercate

La pace per far quello che voi volete

Ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra

Vogliamo vedervi finir sotto terra

Ma se questo è il prezzo lo abbiamo pagato

Nessuno piu al mondo dev’essere sfruttato

Sapesse, mia cara che cosa mi ha detto

Un caro parente, dell’occupazione

Che quella gentaglia rinchiusa lì dentro

Di libero amore facea professione

Del resto, mia cara, di che si stupisce?

Anche l’operaio vuole il figlio dottore

E pensi che ambiente che può venir fuori

Non c’è più morale, contessa

Se il vento fischiava ora fischia più forte

Le idee di rivolta non sono mai morte

Se c’è chi lo afferma non state a sentire

E’ uno che vuole soltanto tradire

Se c’è chi lo afferma sputategli addosso

La bandiera rossa ha gettato in un fosso

Voi gente per bene che pace cercate

La pace per far quello che voi volete

Ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra

Vogliamo vedervi finir sotto terra

Ma se questo è il prezzo lo abbiamo pagato

Nessuno piu al mondo dev’essere sfruttato

Ma se questo è il prezzo lo abbiamo pagato

Nessuno piu al mondo dev’essere sfruttato