Tra il vero e il falso: Dossena e la pubblicità

di Maurizio Badiani

Maurizio Badiani

Nell’ultimo nostro incontro ho raccontato una favola moderna: quella dei falsi Modì, dell’eco mediatico che ebbe e della pubblicità che generò.

Anche stavolta resterò in argomento. Pochi giorni fa si è aperta a Rovereto una grande mostra su Dossena. Per chi non pratica il mondo dell’arte Dossena è probabilmente un Carneade qualunque. Ma chiunque si interessi di arte (soprattutto antica!) sa bene che il nome di Alceo Dossena corrisponde alla “firma” di uno dei più famosi, o famigerati – dipende dai punti vista – falsari di ogni tempo. La sua carriera cominciò sin da ragazzo. Iscritto alla Scuola di Arti e Mestieri della sua città natale, Cremona, si accorse un giorno che alcuni operai stavano scavando una fossa nelle vicinanze. Lesto di mente quanto di mano il giovane scolpì in quattro e quattr’otto una sculturina che andò a sotterrare là dove gli operai il giorno appresso avrebbero proseguito il loro sterro. Com’era previsto che accadesse, la scultura, dopo i primi colpi di vanga, venne alla luce. E come preziosa “cosa antica” fu subito mostrata ai professori dell’adiacente scuola i quali si sdilinquirono in sperticati elogi all’indirizzo del bell’oggetto e del suo antico artefice. 

Il quale, non essendo così antico, prontamente si fece largo tra i compagni mostrando orgoglioso ai suoi insegnanti i pezzi che – artatamente – aveva tolto alla sculturina prima di sotterrarla. Fu così che il giovane Alceo si conquistò in un sol colpo un lampo di notorietà e l’immediata espulsione dalla scuola. 

Da quel giorno in avanti la sua vita si svolse tutta “sotto traccia”. 

Prima a Cremona, poi a Parma, infine a Roma il Dossena frequentò esperti marmorari da cui apprese quel poco che ancora gli rimaneva da apprendere. 

Con una facilità impressionante dalle mani dello scultore cominciarono a prendere vita Kore arcaiche e madonne gotiche o rinascimentali.

Non c’era “stile” o epoca che non gli fosse congeniale. Nè materiale che potesse resistergli.

Dell’eccezionale abilità dello scultore si avvidero presto alcuni antiquari i quali chiesero ed ottennero dal Dossena l’esclusiva delle sue creazioni.

Ricco di estro ma povero in canna il Dossena accettò i prezzi che gli antiquari gli offrirono. Ma quando si accorse che ciò che i suoi committenti gli pagavano 10 veniva poi rivenduto a 1000 si incavolò parecchio. 

Il contrasto tra le due parti prese una brutta piega: il Dossena fu denunciato per vilipendio al Duce (pare che avesse sputato su una statua del dittatore) e a sua volta l’artista denunciò il suo accusatore. La faccenda finì così in tribunale. 

Cosa curiosa: l’anarchico e antifascista dichiarato Dossena fu difeso proprio da Farinacci, ras di Cremona e uno dei pezzi da 90 del regime, il quale vedeva nell’imputato non un meschino falsario ma un fulgido esempio dell’Italico Ingegno. 

Lo scandalo che emerse dal processo ebbe un’eco mondiale. Anche perché le sculture del nostro Alceo erano finite nel frattempo in tutti i più grandi musei del globo: dal Cleveland Museum dell’Ohio al Museum of Arts di Boston, acquistate ogni volta a prezzi stellari. 

Il processo – siamo nel 1928 – finì con un nulla di fatto: al Dossena non fu riconosciuto alcun risarcimento mentre per converso l’artista si beccò l’obbligo di firmare e datare – da lì in avanti – tutte le opere che avesse creato.

Se per i falsi Modì di Livorno si può ben parlare di totale dabbenaggine (quelle “pietre” erano palesemente orrende), per i falsi “Donatello” del Dossena il discorso è più complesso.

Perché Dossena seppe esprimere un talento vero. Non copiò (quasi) mai ma, ispirandosi all’antico, dette vita a creazioni originali spesso di una qualità superba.

Lo fece per soldi? Sì e no, visto che morì povero così come era nato.

Lo fece spinto dal proprio ego di artista? Può darsi.

O più semplicemente lo fece, come io credo, per sfidare se stesso e i propri limiti?

Quel che è certo è che Dossena dedicò l’intera sua vita a costruire un mondo “non vero” ma verosimile, possibilmente più bello del reale. 

Il che, riflettendoci su, non è poi molto diverso da quanto facciamo da sempre noi pubblicitari.

Pseudo-falsari anche noi, anche noi – come Alceo – spesso malamente prezzolati, bruciamo vita e meningi ad indorare quella pillola che è il prodotto costruendogli intorno mondi ricchi di fascino ma sempre e comunque posti agli antipodi del vero. 

“La pubblicità – diceva Pirella – non è altro che una parte della verità, soltanto una parte della verità, nient’altro che una parte della verità”.

Dossena sarebbe d’accordo.