Toscani, la moda e l’immondizia 

di Maurizio Badiani

Parecchi anni fa Roma era…sommersa da rifiuti. “Sai che novità!” mi direte. 

Verissimo. Solo che allora – lo so che è difficile a credersi – la situazione era di gran lunga peggiore di quella di oggi.

Non c’era notiziario in TV che non aprisse, a pranzo come a cena, sulle immagini della capitale soffocata da cassonetti ricolmi di pattume e montagne di immondizia. 

Al tempo lavoravo per un grosso e noto cliente nel campo della moda. 

Responsabile dell’immagine per il cliente era una giovane e intraprendente ragazza dall’occhio vispo e dalla mente sveglia. 

Un giorno, uscendo da una riunione, mi disse una frase che, ai miei orecchi di creativo, suonò provocatoria: “Ci vorrebbe una campagna alla Toscani. Quando mi porti un’idea “alla Toscani?”. 

“Il problema – le risposi – non è tanto trovare una “idea alla Toscani”. Il vero problema è trovare un cliente che l’approvi “. 

La fanciulla mi aveva gettato il guanto della sfida e io lo raccolsi al volo. Il tempo di arrivare in agenzia e sollevai il telefono.

“Vuoi una campagna alla Toscani? Allora scegliti due o tre modelli, chiama fotografo e stylist e prenota subito, anche per me, un volo per Roma”. 

“Roma? Per fare cosa?” mi chiese la fanciulla. 

“Per fare la campagna che mi hai chiesto!” le risposi “Non mi hai forse chiesto una campagna “alla Toscani”? 

Bene, ti offro l’occasione di farla: prenderemo i modelli, elegantemente vestiti (NB: si trattava di capi “classici”) e li fotograferemo sdraiati in bella posa sopra le montagne di immondizia.

Il concetto che trasferirà la campagna è semplice: con i nostri capi sarai elegante ovunque. Ma perché la campagna abbia effetto va fatta subito, adesso, ora che l’attenzione dei media è tutta focalizzate su una Roma che sta letteralmente soffocando sommersa dai rifiuti”. 

E aggiunsi anche alla mia interlocutrice che, probabilmente, non avrebbe neppure avuto bisogno di spendere soldi per l’acquisto degli “spazi”. 

Sarebbe bastato inviare le foto della campagna ai principali quotidiani perché la notizia rimbalzasse da sola di pagina in pagina. 

Dall’altra parte del telefono ci fu un lungo silenzio. Poi la voce argentina della ragazza riprese tradendo più di una titubanza:

“Beh sì…certo…l’idea…forte è forte…anche…troppo forse…bisognerà vedere…naturalmente devo prima parlarne all’interno…”. 

“Beh, naturalmente!”

Naturalmente la campagna non vide mai la luce.

“Sai ho parlato con i miei superiori e la proprietà…il nostro non è un marchio così aggressivo…ha un profilo più tranquillo, un’immagine più tradizionale… non vorremmo che…”.

Non mi aspettavo certo che il cliente approvasse la mia idea.

Ad una provocazione avevo semplicemente risposto con una provocazione.

La mia soddisfazione l’avevo già avuta. E quello mi bastava.

Non ricordo più chi abbia detto che “Per fare una buona campagna ci vuole un bravo creativo che la partorisca, ma occorre un genio per approvarla”.

So solo che quel Tizio aveva stramaledettamente ragione.