Klaus Davi rivela ad ‘Antenna Sud’, “ho amato un killer della ‘ndrangheta”

Scioccante confessione di Klaus Davi durante il popolarissimo programma televisivo di Manila Gorio, conduttrice di “Antenna Sud”.

In una puntata dedicata al nuovo libro del giornalista, appena uscito nelle librerie col titolo “I Killer della Ndrangheta”, e al suo impegno nella lotta alla malavita organizzata, la conduttrice ha incalzato Davi sul tema del rapporto tra mafia e omosessualità, a cui il giornalista e massmediologo ha dedicato un capitolo del libro.

Il ‘dado’ simbolo dei malavitosi che sono stati in carcere

Da lì la clamorosa confessione: «Cinque anni fa andai a Reggio Calabria per realizzare un servizio per la Rai. Non conoscevo nessuno in città, per me era tutto nuovo. Non sapevo molto di questo argomento. Una sera, in una chat per incontri, conobbi un uomo. Aveva allora sui 40 anni e dalla foto mi sembrava un uomo interessante.

Ci demmo appuntamento la sera dopo, mi raggiunse lui in albergo. Era un tipo di poche parole, diceva di lavorare per le forze dell’ordine. In questo tipo di incontri solitamente non si fanno tante domande. La storia tra noi andò avanti per qualche settimana. Ci incontravamo sempre in alberghi sperduti della Piana di Gioia Tauro o anche della Sila.

Una notte notai che sulla sua mano sinistra, tra il pollice e l’indice, c’era un tatuaggio, una sorta di cubo delimitato da cinque puntini. Uno al centro e quattro ai lati. Incuriosito gli domandai cosa fosse; mi spiegò che era un portafortuna, una metafora dei ‘dadi’. La cosa finì lì e col tempo lo persi di vista.

Qualche mese più tardi, infatti, cambiò improvvisamente numero di telefono e non riuscii più a raggiungerlo. Il colpo di scena arrivò qualche anno dopo: una sera accesi la tv e scoprii dal telegiornale che erano stati arrestati alcuni esponenti della potentissima ‘Ndrangheta, e dalle immagini mi tornò alla mente quel tatuaggio, ricordai quel simbolo. Fui scioccato, non avrei mai pensato una cosa simile.

Feci delle ricerche e scoprii dopo tanti anni il significato di quei cinque punti disegnati sulla sua mano. Non si trattava di un dado, ma di un vero e proprio simbolo che i detenuti si fanno tatuare quando sono in carcere.

I 4 punti esterni rappresentano le mura della cella, mentre il punto centrale rappresenta la persona che è rinchiusa al suo interno». Durante l’intervista, poi, Davi ha aggiunto: «L’omosessualità è molto diffusa nella mafia ma nessuno ne parla. Lo Stato continua a veicolare l’immagine del boss mafioso tutto d’un pezzo. Ma spesso non è così.

Ogni grande famiglia di ‘Ndrangheta ha almeno un omosessuale o una lesbica in casa». Nicola Gratteri, che è uno che ama dire le cose come stanno, ha scoperto la storia del killer Filippo Gangitano che, nonostante fosse un affiliato tra i più affidabili, fu ucciso perché conviveva come un uomo. Ma di storie simili potrebbero essercene a decine.