Rossellini: la testa e la “panza”

di Maurizio Badiani

Ho conosciuto Roberto Rossellini in una sera di Luglio del 1969. Facevo parte allora di un gruppo di cineasti in erba a cui avevo dato il nome di Cinema Zero. La passione era tanta, la tecnica zero. Il nome mi sembrò appropriato.

Maurizio Badiani

La nostra via di Damasco fu una vecchia pellicola del grande regista romano: “Europa 51”. Uscimmo dalla proiezione col groppo alla gola e il desiderio di conoscere tutto su quell’uomo di cinema che ci aveva messo in subbuglio il cuore.

Così ci demmo da fare per organizzare a Pisa, dove studiavamo, un seminario sull’opera completa del regista che avevamo appena scoperto. Rossellini ci raggiunse nell’ultima giornata. Non aveva più voluto rivedere i suoi film e non lo fece neppure quella sera.

Attese fuori dalla sala che la proiezione fosse finita (il film che passava era proprio Europa 51) poi entrò per prendere parte al “dibattito”.

Domande e risposte continuarono fuori dal cinema e poi ancora davanti all’albergo scelto dal regista per la notte.

Intorno a Rossellini, a quell’ora ormai tarda, ci eravamo rimasti solo noi del Gruppo Cinema Zero. Insieme a me, Faliero Rosati e Paolo Benvenuti, destinati entrambi a diventare registi a loro volta.

Colpito dal nostro entusiasmo, il grande regista fu generoso di consigli e confidenze. A Paolo, che gli aveva chiesto quale fosse la posizione più giusta per collocare la macchina da presa, Rossellini rispose che “E’ sempre e soltanto una: quella che é in grado di dare il maggior numero di informazioni allo spettatore.” A Faliero, il più intellettuale del gruppo, consigliò di dare ascolto anche alle ragioni del cuore e non seguire solo i dettami dell’intelligenza.

“Anche perchè – gli disse in romanesco – quando ti sdrai sull’erba la cosa più vicino al sole resta sempre la “panza””. Quando demmo la buona notte al grande regista era quasi l’alba.

Per noi, giovani infatuati di cinema, quella fu l’alba di una nuova vita.