Tognazzi. Io lo conoscevo bene

di Maurizio Badiani

Scopro dai giornali che sono passati già 30 anni dalla morte del grande attore Cremonese. Una foto che ho sul tavolo e che ci ritrae insieme mi ricorda il sodalizio professionale che ci ha legati per almeno 4 anni. Ero da poco arrivato in Mccann ed uno clienti che avevo ereditato da chi mi aveva preceduto fu la Martini & Rossi: una sfilza di prodotti prestigiosi che andavano dal famoso Vermouth alla China. Insieme ai prodotti avevo ricevuto in eredità un contratto con Tognazzi, personaggio che il Cliente aveva scelto come uomo immagine per promuovere la sua China. 

L’attore aveva fama di gran viveur e di cuoco provetto. Quest’ultima qualità poteva ben legarsi alle virtù post prandiali di China Martini che era, ed è, sostanzialmente un amaro. In agenzia si decise di giocare sull’ambiguità del prodotto posizionandolo come “l’amaro più dolce” del mercato. Nella prima campagna 2 Tognazzi parlavano tra loro, sostenendo ciascuno il proprio punto di vista sul prodotto. Uno di quei 2 Tognazzi ero io. Dovendo dialogare con se stesso, l’attore aveva bisogno di una controfigura che rappresentasse il suo “contrario”. Tognazzi portava allora i capelli lunghi sul collo.

Così mi fu messo un parrucchino e, standogli davanti e ripreso da dietro, sostenni con lui tutti i dialoghi degli spot. Il suo cruccio, mi confidò l’attore, era quello di non ricordarsi mai le battute: “Non so come faccia Manfredi che, invece, si ricorda sempre anche le mie!”. A quella campagna ne seguì un’altra e poi un’altra ancora. I testi di alcuni radio che avevo scritto per lui figurano in uno dei vecchi Annual dell’ADCI. Ma la campagna migliore – almeno per me – non vide mai la luce. Sulla scia del successo de Il Vizietto avevo buttato giù degli script in cui due Tognazzi, uno meticoloso e preciso fino all’inverosimile, l’altro sciatto e menefreghista, litigavano su tutto e si trovavano d’accordo solo sulla scelta di China Martini.

Il regista,Giulio Paradisi, considerata anche l’importanza della campagna, mi suggerì di sottoporre le sceneggiature a Leo Benvenuti, sceneggiatore di Amici miei e di C’era una volta in America. Benvenuti lesse gli script con grande attenzione mentre io attendevo il suo giudizio con la trepidazione di uno scolaretto. Una volta finito di leggere si tolse gli occhiali e mi disse: “Perfetti. Niente da togliere, niente da aggiungere.” Con mio grande disappunto la campagna rimase però sulla carta e non ricordo neppure perchè. L’ultima volta che vidi Tognazzi fu a Parigi dove ero andato per intervistarlo in vista di una convention Martini. Già in là con gli anni e con qualche problema aggiunto di memoria, l’attore si era imbarcato in un’estenuante avventura teatrale: recitare l’Avaro di Molière in francese.

A dargli consigli di pronuncia era una giovane ragazza che – da quanto intuii – contribuì in ogni modo a rendergli più lievi le fatiche di quei giorni. L’estremo fotogramma che ho del grande attore è quello di un uomo stanco con una piccola tour Eiffel sul tavolo “Vedete – disse rivolgendosi ad un’immaginaria platea – passo così tanto tempo in teatro che, se non avessi questa, non saprei neppure di essere a Parigi.”