L’ombra lunga di Luca  Palamara sulle elezioni di Reggio Calabria

di Mario Modica

Non poteva mancare l’ex giudice Luca Palamara deus ex machina della magistratura italiana fino a un anno fa. In una regione che già subisce un forte danno reputazionale dovuto alla   onnipresenza della ‘Ndrangheta ad avere qualche problema di immagine e di opportunità sono però anche i presidi dello Stato contaminati  troppo spesso  dal  morbo della poca trasparenza, del caos gestionale, della approssimazione tendenziosa.

Conflitti di interesse, collegamenti para-massonici, legami inconfessabili  con l’anti-stato  anche di chi rappresenta (o dovrebbe)  le istituzioni ,  sono stati già ampiamente documentati dalle inchieste di Giuseppe Lombardo e dall’attivissima DDA reggina. A un mese dalla clamorosa esclusione di Klaus Davi dal consiglio comunale di Reggio Calabria dopo uno scrutinio definito anche dai media nazionali il ‘più sgangherato  della storia della Repubblica” e che ha provocato l’indignato commento di Sigfrido Ranucci patron del programma Report,   riciccia l’ombra del famigerato ex  giudice calabrese . Ne parlano a mezza bocca  gli avvocati del foro di Reggio Calabria,  ne parlano gli addetti ai lavori,  ma come è tipico  di una città dove la  appartenenza a una  casta statale o para statale spesso autorizza le persone a prevaricare  qualsiasi regola, per ora si tratta solo di un brusio. Intanto sono i vignettisti a dare un vento di solarità a una vicenda che di ilare ha ben poco,  proprio attraverso la satira corrosiva di  una vignetta su Palamara che circola compulsivamente da telefonino a telefonino e che sembra dire tutto e niente..

Tutta di riscrivere, comunque,  la ‘riservata’ per usare un aggettivo di moda da quelle parti, storia degli scrutini reggini. Iniziata con i seggi di Archi (tempio ‘laico’ della Ndrangheta )dove i presidenti di seggio distribuivano matite cancellabili secondo la denuncia di una elettrice che ha chiamato la polizia;  fino a un ‘conclave’ durato  tre settimane necessario  alla  commissione elettorale per ‘fare chiarezza’ sui verbali redatti dai  catastrofici presidenti di seggio nominati dalle autorità locali  (sic!), distintasi oltre che per la gestione approssimativa   anche per le macroscopiche incertezze comunicative. Per non parlare della inquietante presenza di  pretoriani (più consona  ad elezioni iraniane che italiane, ma nessuno sembra essersi scandalizzato)  davanti ai seggi  nelle ore calde del voto che distribuivano santini dei candidati alcuni dei quali hanno fatto il pieno dei consensi  nei  quartieri roccaforte  della mafia.

Tutte cose eventualmente dimostrabili con le telecamere cui ricorrono i locali per evitare i furti,  situati in prossimità dei seggi, qualora qualcuno volesse verificare. Ma sarebbe anche sufficiente chiedere conto agli agenti della Digos che – dopo la denuncia della Lista di  Klaus Davi avvenuta nella tarda sera della domenica ad urne aperte  – hanno dovuto allontanare il giorno successivo dai seggi  popò di dipendenti comunali ed ex consiglieri comunali i quali  con fare intimidatorio distribuivano santini dove non era opportuno farlo.

Un brutto, cacofonico  spettacolo per uno Stato in Calabria che ha già una soglia reputazionale pari allo zero , episodio  sul quale potrebbe essere disteso il solito tipico sempiterno   tappeto dell’insabbiamento. Non certo una novità in una terra dove la popolazione è sfiduciata e non si aspetta (magari a torto) più nulla dalle istituzioni. Alla quale, e sembra una beffa, si chiede però di denunciare e di segnalare le prepotenze della mafia e la si accusa  di omertà. Ma se la Calabria è la regione più povera di Europa è perché ha la classe dirigente più corrotta e sciatta. Ma su questo punto di autocritiche ne sentirete poche. Molto più comodo definire i Calabresi corrotti e omertosi.