Hagia Sophia e il potere dei simboli  

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di Maurizio Badiani – Ho sempre amato la Turchia. Per la sua ricchezza culturale e per lo spirito aperto e solare della sua gente. Per questo, nei miei anni giovanili, il paese della mezzaluna divenne la meta preferita dei miei viaggi. 

La Turchia che ogni volta mi accoglieva col sorriso sulle labbra era quella che aveva creato Kemal Ataturk che, nel lontano 1924, aveva fatto la scelta coraggiosa di schierare il Paese dalla parte dell’occidente, separando di netto i poteri legislativo ed esecutivo da quello religioso. Affinché questo avvenisse Ataturk (il cui nome significa “Padre dei Turchi”) si spinse a chiudere le scuole coraniche, proibì l’uso del fez e del turbante per gli uomini e del chador e del velo in pubblico per le donne. Inoltre abolì il califfato, riconobbe la parità dei sessi, istituì il suffragio universale. Scelte drastiche (specie se collocate all’interno della geografia e del tempo in cui avvennero) 

che però non hanno impedito al nostro di essere considerato fino ad oggi il “Padre della Turchia moderna” a cui anche il più piccolo e sperduto grumo di case ha dedicato una piazza, un busto o un monumento.

Di recente sono tornato di nuovo in Turchia e l’ho trovata diversa. Non tanto per le cascate di cemento che hanno sostituito le solitarie spiagge della mia giovinezza ma, soprattutto, perché ho scoperto che la gente sorride meno. 

I cupi chador hanno invaso di nuovo la laica Istanbul. Dalle rive del Bosforo le minigonne delle studentesse sono praticamente sparite.

Segno evidente che il vento è cambiato e che quello dell’Islam più intransigente soffia oggi più forte.Tanto che comincio a temere per la stabilità delle decine di migliaia di statue del Padre dei Turchi che da Est ad Ovest punteggiano l’immenso paese.

Un motivo di apprensione in più me lo ha fornito una notizia fresca di stampa: il presidente Recep Tayyip Erdogan ha proposto di trasformare Santa Sofia nuovamente in moschea. Hagia Sophia, com’era chiamata (in greco) quando fu eretta dall’Imperatore Giustiniano nel VI secolo d.C. restò chiesa ortodossa (la più grande dell’Impero d’Oriente) fino al 1453 anno in cui Costantinopoli fu definitivamente conquistata dai Turchi. Coperti i mosaici cristiani, arricchita di quattro poderosi minareti, la chiesa divenne moschea. E tale restò fino al 1935 anno in cui Ataturk decise di trasformarla in museo. Recuperate le vestigia del passato, il “monumento” fu restituito alla godibilità di tutti, al di là di ogni credo religioso. Dico “fu” perché da domani, 2 Luglio, tutto potrebbe nuovamente cambiare. Domani infatti il Consiglio di Stato Turco è chiamato (dal Presidente) ad esprimere la sua definita opinione sul delicato dilemma: Santa Sofia, museo o moschea? 

E’ ovvio che si tratti di una scelta politica di un alto valore simbolico. Così come è ovvio che, qualunque decisione verrà presa, la cosa è destinata a sollevare un pericoloso quanto inutile vespaio. 

Il mondo ha bisogno di pace e fratellanza e non ha nessuna necessità di inventarsi nuovi motivi di disaccordo e di frizione. Santa Sofia è stata dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità non solo per la sua formidabile architettura ma anche e soprattutto per la sua straordinaria storia che ha visto avvicendarsi senza soluzione di continuità (e in pratica senza distruzioni!) culture e credi diversi in uno stesso luogo. Nasce da lì il suo fascino unico e irripetibile. 

Naturalmente Erdogan tutto questo non lo sa e, come tutti i politici, cerca solo di tirare la coperta dell’ideologia esclusivamente dalla sua parte. 

Se n’è avuta qualche avvisaglia già nel 2018 quando, recatosi in Hagia Sophia, il Presidente vi recitò compìto il primo versetto del Corano dedicandolo “a coloro che hanno contribuito (sic) a costruirla, ma in modo particolare a chi l’ha conquistata.”.

Chissà se i membri del Consiglio di Stato hanno ascoltato la sua preghiera…