Copia privata: Franceschini aumenta ancora i balzelli sull’innovazione tecnologica

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La copia privata non esiste più, resa obsoleta dallo streaming che è diventato di gran lunga la modalità prevalente con cui gli italiani usufruiscono legalmente di contenuti digitali. Eppure continua a comparire sotto forma di una tassazione soggetta ad aumenti periodici, che grava su Pc, smartphone e tablet ed è stata estesa nel tempo a decoder, Smart Tv e per ultimo ai device indossabili (fit trackers e orologi smart). Lo ha confermato ancora una volta il ministro Franceschini lo scorso venerdì sera diffondendo l’allegato tecnico del decreto che sarà pubblicato a breve, con cui stabilisce i nuovi balzelli per tutti i device elettronici, con in più la novità dell’introduzione della nuova categoria di strumenti, quali smartwatch e gli activity tracker, a patto che siano dotati di capacità di riprodurre audio o video.

Il nuovo decreto dispone aumenti sugli smartphone e tablet che arrivano fino ad un compenso di 6,30 euro dai 64 GB ai 128 GB e di 6,90 euro dai 128 GB in su, incrementando così il gettito su smartphone del 17% e sui tablet quasi del 30%. Confermato il compenso su tutte le TV dotate di funzione PVR pari a 4,00 euro e l’introduzione di una tariffa sui decoder aventi la medesima funzione, il che considerando che questi apparecchi hanno solo la possibilità di registrare e non memorizzare, si tratta in realtà di una doppia imposizione. Le nuove tariffe, unitamente all’introduzione di nuovi device: wearables (fit trackers e orologi “smart” con capacità di registrazione) STB e memorie interne dei Pc, aumenteranno il gettito complessivo derivante dal compenso per la cosiddetta copia privata, che non è più utilizzata da nessun consumatore che fruisca oggi di contenuti digitali.

Risulta chiaro che la visione ministeriale che ha guidato in questi anni il compenso per copia privata è stata quella di considerare i prodotti dell’innovazione tecnologica come mucche da mungere con balzelli sempre più ingiustificabili, invece che come opportunità per sviluppare in maniera innovativa le potenzialità di allargamento del mercato dell’industria della cultura, costruire nuovi modelli di business e di remunerazionesostiene Cesare Avenia presidente di Confindustriale Digitale che conclude –  E’ questa una logica estremamente miope e penalizzante che non solo non favorisce l’evoluzione del  settore, ma va in controtendenza con le esigenze generali di trasformazione digitale, chiaramente emerse durante l’emergenza sanitaria e oggi al primo posto nell’agenda per il rilancio del Paese”.

Aggiunge Marco Gay, presidente di Anitec-Assinform: “mantenere l’impianto della proposta di  decreto di febbraio vuol dire applicare un’imposizione aggiuntiva che non risponde più al suo scopo originario; quindi, di fatto, mantenere e rafforzare un’accisa sui prodotti digitali in tempi in cui è invece vitale spingere sulla digitalizzazione del Paese, a partire dalle famiglie”.