Il piccone & la storia

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di Maurizio Badiani – In questi giorni tribolati in cui il mondo – in seguito alla morte violenta di George Floyd – si è unito in un’encomiabile protesta corale contro il razzismo, abbiamo assistito a numerosi esempi edificanti ma anche a fatti che edificanti lo sono un po’ meno.

Maurizio Badiani

Mi riferisco all’abbattimento delle statue di alcuni personaggi scomodi, accusati, magari centinaia di anni dopo la morte, di essere protagonisti, o cause remote, di quell’orrenda piaga ancora aperta e purulenta che si chiama odio razziale.

Tra le vittime innocenti della nuova foga iconoclasta è finita, a Minneapolis, anche la statua di Cristoforo Colombo, accusato di essere l’autore di soprusi e genocidi in vita nonché l’origine prima di ogni americana futura nequizia. 

E questo, nonostante il nome che portava: Cristoforo che, in greco, vuol dire Portatore di Cristo.

Figura tanto complessa, quella del Genovese (se Genovese era) che non può essere condannata o assolta in poche righe. Perciò mi asterrò da qualsiasi giudizio di merito sul personaggio.

La vicenda mi dà però lo spunto per riprendere un discorso che ho già avviato tempo addietro su queste stesse pagine e che mi sta molto a cuore.

E cioè quello della storia fatta a colpi di martello e di piccone. Che è una cosa che non ho mai sopportato e che detesto con tutto me stesso. Quando, pochi anni addietro ( 2001), il mondo assistette inerme alla distruzione del Buddha colossale di Bamiyani da parte dei Talebani, lo sbigottimento fu grande e la condanna unanime. Era solo l’inizio di un nefasto dòmino che avrebbe portato di lì a poco a ben altre e più estese distruzioni. 

Si pensi alla Moschea di Damasco, al meraviglioso sito di Palmira, al museo di Mossul, tutti distrutti o irrimediabilmente danneggiati dall’Isis.

Ogni volta che un monumento sparisce, siamo tutti un po’ più poveri. E più ignoranti. Perché un monumento ci costringe a sbattere il muso tra le pagine spesso dure e indigeste della Storia e ci spinge a porci delle domande: “Chi ha costruito questa cosa? Chi era costui? Cosa ha fatto? Quando lo ha fatto? Perché lo ha fatto? E’ giusto che lo abbia fatto?”. Un monumento – qualsiasi monumento – é un corroborante per la memoria, un testimone prezioso che ci spinge a riflettere. Ecco perché sono stato, sono e sarò sempre contro i giudizi espressi a picconate. Qualunque sia il colore (ideologico) di chi impugna il piccone.

Di un mio recente viaggio in Normandia ricordo, oltre alle melanconia delle spiagge, lo squallore delle chiese vuote: private di ogni arredo e ricolme solo di antichi frammenti di statue distrutte. 

Risultato di una foga iconoclasta che parte da Calvino e approda alla rivoluzione Francese.

A Pisa, nella mia città, c’è una chiesa le cui pareti sono interamente coperte da bandiere strappate in secoli di scontri a sopraffatte navi saracene. Un’esibizione di forza che ai nostri giorni potrebbe, magari a ragione, far storcere il un naso a più di un estimatore del politically correct.

Vogliamo bruciarle? A Roma, a due passi dal Colosseo, si erge ancora dopo quasi duemila anni l’Arco di Tito. Al suo interno, scolpita sulle pareti, é rappresentata – sotto forma di un corteo trionfale- la vittoria dei Romani sui Giudei con l’ostentata esibizione della prede sottratte al distrutto secondo tempio di Gerusalemme.Che intendiamo fare? Armarci di Black & Decker e ridurre quei marmi in polvere? Già che si siamo: alle spalle di quell’arco c’è il Colosseo, sede di spettacoli sanguinari e, forse, teatro di più di un martirio. Che ne dite? Prendiamo ruspe e tritolo e ci facciamo un bel parcheggio? Naturalmente no.Decisamente no. Quello che il passato ci ha lasciato teniamocelo caro. Fa parte del nostro retaggio. E se quel retaggio non ci piace vorrà dire che servirà da monito: a noi, ai nostri figli e ai figli dei nostri figli. Per favore lasciamoglielo.

PS. Ho appena finito di scrivere quando apprendo che la statua di Montanelli ( qui a Milano) é stata imbrattata di vernice e decorata con due brevi epiteti che sanno già di sentenza passata in giudicato: “razzista ” e “stupratore”. 

Credo che a Montanelli abbiano fatto più male queste due parole da morto che le pallottole delle Br da vivo.