Scuola: e se “leggere, scrivere e far di conto” non bastasse più?

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Ai tre “storici pilastri” di una buona scuola bisogna aggiungere altri linguaggi indispensabili, e, tra questi, la padronanza basilare delle tecnologie. Ma ancora di più bisogna investire oggi sulla cultura dell’innovazione per dare domani risposte che siano inclusive, non solo affinché l’istruzione sia per tutti ma anche per crescere ragazzi in grado di competere nel mondo del lavoro

A cura di Marco Noseda, Chief Strategy Officer di Cariplo Factory 

Marco Noseda

La scuola digitale è una grande occasione da cogliere, ma così come la stiamo vivendo dall’inizio dell’emergenza sanitaria non funziona. Se è vero che le potenzialità sono enormi, è altrettanto vero che la risposta non può essere quella a cui abbiamo assistito in questi mesi. La scuola italiana ha bisogno di investire con coraggio sull’innovazione per dare risposte che siano inclusive e non divisive. Perché l’accesso all’istruzione sia garantito a tutti, in qualunque situazione.

Ancora oggi, purtroppo, non sappiamo se e quando bambini e ragazzi potranno tornare sui banchi di scuola e, peggio, non possiamo avere la certezza che una nuova emergenza sanitaria, presto o tardi, ci obblighi a chiudere di nuovo tutto: per questo dobbiamo progettare una scuola moderna, capace di essere innovativa e inclusiva anche a distanza. Paradossalmente, la crisi può essere l’occasione perché un momento drammatico diventi un volano per la trasformazione.

Una mancanza di strumenti che è pesata come un macigno

Per ridurre il digital divide è innanzitutto fondamentale attuare azioni volte a garantire a tutti la possibilità di accedere alla scuola. Da una prima stima, solo nella città di Milano, Fondazione Cariplo ha indentificato 14mila studenti (9mila alla scuola primaria e 5mila alla secondaria di primo grado) che non hanno accesso a device e connettività nella vita di tutti i giorni. Per loro, la scuola a distanza semplicemente non esiste. Dati che non sono migliori a livello nazionale. Secondo una rilevazione ISTAT nel periodo 2018-2019, il 33,8% delle famiglie non ha computer o tablet in casa e solo nel 22,2% delle famiglie ogni componente ha a disposizione un pc o tablet. Proprio per questo nel d.l. Cura Italia,sono stati previsti 85 milioni di euro per le piattaforme per la didattica a distanza che hanno permesso alle istituzioni scolastiche statali di dotarsi di piattaforme e di strumenti digitali utili per l’apprendimento a distanza o di potenziare quelli già in dotazione; di fornire dispositivi in comodato d’uso e la necessaria connettività di rete agli studenti meno abbienti, con particolare attenzione all’accessibilità degli studenti con disabilità. Investimenti che hanno risposto ad una emergenza, ma, al contempo hanno contribuito a costruire un patrimonio per il futuro, gettando le basi affinché la scuola possa crescere e migliorarsi, utilizzando queste tecnologie anche quando saremo tornati alla normalità. Ma non possiamo fermarci qui, il tema va molto oltre la semplice discussione sulle dotazioni a disposizione. Gli strumenti servono, è indubbio, ma per immaginare una scuola a distanza davvero efficace non bastano: per ridurre il digital divide dobbiamo promuovere una cultura che porti al loro corretto utilizzo.  

Il falso mito dei “nativi digitali”: usano la tecnologia ma non ne conoscono il potenziale

A essere esclusi dalla didattica, spesso, sono proprio quei giovanissimi che chiamiamo nativi digitali: navigano su internet, giocano per ore a Fortnite, ma solo uno su tre è davvero in grado di utilizzare gli strumenti tecnologici che ha a disposizione. Per la maggioranza si tratta di oggetti di uso quotidiano da esibire o tenere in tasca senza preoccuparsi davvero di capire quali potenzialità abbiano. Secondo i dati ISTAT, nel 2019, tra gli adolescenti di 14-17 anni che hanno usato internet negli ultimi 3 mesi, due su tre hanno competenze digitali basse o di base mentre meno di tre su 10 (pari a circa 700mila ragazzi) si attestano su livelli alti. Con una premessa del genere era semplicemente impossibile che la scuola online fosse un successo d’inclusione.

Il problema riguarda anche gli insegnanti. Anche loro devono essere messi nelle condizioni di avere gli strumenti giusti per lavorare nella scuola digitale, dalla connessione internet al pc stesso. E non solo. Gestire una classe in presenza è tutt’altra cosa che ritrovarsi davanti a 20 bambini, ragazzini, adolescenti o quasi maggiorenni collegati da casa. Dare per scontato che un insegnante sappia gestire questa differenza è un errore. Deve essere accompagnato in questo percorso e soprattutto deve vederne le opportunità. Il mezzo condiziona anche il linguaggio, non tenerne conto significa ridurre l’efficacia della lezione online.

Lezione frontale o lezione digitale? Non è questo il problema

Abbiamo dibattuto per anni sul tema tecnologia sì o tecnologia no. E poi, sdoganata la tecnologia nelle scuole, la discussione si è spostata su quale fosse il tempo “giusto” da trascorrere davanti al pc. Adesso la scuola a distanza ha fatto crollare le nostre poche certezze alimentando i dubbi: è giusto trascorrere 6 ore in una classe virtuale? Manca, soprattutto con i più giovani, l’elemento fondamentale del contatto e l’interazione – in generale – è molto bassa. E poi non ci si deve dimenticare dei bambini con disabilità: possono seguire lezioni a distanza o hanno bisogno di incontri individuali? In questo modo, però, perderebbero quella socialità fondamentale nel loro percorso di crescita.

Il dibattito si è poi spostato sul metodo. In attesa che il ministero si pronunci sull’apertura o chiusura delle scuole, ecco che in questi giorni molti esperti stanno facendo proposte su come gestire la ripartenza. Si parla di “scuola nel bosco”, un metodo di istruzione che pone al centro la natura e propone esperienze all’aperto che stimolano l’utilizzo dei sensi a diretto contatto con l’ambiente naturale. Di “gamification” ovvero rendere un “gioco” le materie di studio per ingaggiare l’attenzione degli studenti e farli “giocare” utilizzando il loro smartphone. Si parla di “didattica capovolta” o più conosciuta come “flipped classroom” dove si cerca di fornire, prima dell’incontro in presenza, materiali di lavoro, lezioni registrate, testi e materiali disponibili on-line, per preparare l’argomento in anticipo, e sfruttare poi le ore di presenza soprattutto per una discussione collaborativa dei materiali che si sono già studiati.

Una nuova didattica e la cultura all’innovazione: ecco cosa ci salverà

Cosa scegliere? Sono tutti metodi validi, uno non esclude l’altro. Per quanto riguarda la tecnologia, la si può comprare, fornire, distribuire ma poi dobbiamo saperla usare. Non può esserci una scuola digitale se gli insegnanti e gli studenti non sono in grado di sfruttarne le potenzialità. La scuola digitale non è una semplice combinazione di hardware e software, ma ha un perimetro più ampio che include cultura, conoscenze ed esperienze: elementi indispensabili per capire come lasciare gli studenti per ore davanti a un pc.

Quello che allora va riconsiderato in primis è la didattica, ovvero l’organizzazione razionale dei metodi e delle azioni tese all’ottenimento di un efficace progetto educativo. Bisogna rivedere gli obiettivi della scuola, la valutazione, il metodo di apprendimento, il feedback e la restituzione agli studenti. Vanno ripensati anche i compiti e le esercitazioni. E questo a prescindere dal fatto che a settembre i ragazzi saranno seduti in aula oppure nella loro stanza. Oggi, grazie al Coronavirus, abbiamo scoperto di avere degli strumenti eccezionali per far fronte ad ogni emergenza. Ma sono strumenti che vanno affinati perché ancora non funzionano come dovrebbero. Quindi ecco che l’occasione di fronte a noi è grande: possiamo e dobbiamo riflettere sull’importanza della scuola e sul ruolo dell’innovazione in essa, e dotarci delle giuste riposte per creare un luogo veramente inclusivo, anche a distanza se necessario. Ma dobbiamo farlo subito, prima che sia troppo tardi.

In quanto operatori del mondo dell’innovazione, suggeriamo di non aver paura di sviluppare una vera e propria cultura in questo senso anche all’interno della scuola. Però attenzione che non dobbiamo confondere l’innovazione con la tecnologia: la prima è un modo di pensare e di agire, il secondo è uno strumento. La scuola deve essere per prima capace di innovare, dare lei stessa una spinta al cambiamento e utilizzare una didattica che intercetta i bisogni delle giovani leve in modo tale da formare degli adulti capaci di muoversi nel mondo di oggi e di domani con consapevolezza. Se la scuola si trasforma essa stessa in una vera e propria fucina di innovazione diventerà una porta verso il futuro.