Il bello della brutta affissione 

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di Maurizio Badiani Oggi, dopo quasi 3 mesi di rigida clausura, mi sono fatto coraggio e, armato di mascherina di ordinanza, sono sceso di nuovo in strada. 

La città mi é sembrata diversa. Più grigia e più triste. Dopo un po’ ho capito la ragione di quel grigiore: l’assenza pressoché totale di manifesti. Gli spazi dedicati all’affissione, quelli comunali soprattutto, mostrano i loro rettangoli totalmente vuoti e arrugginiti. 

Già perché mai un inserzionista avrebbe dovuto riempirli di pubblicità quando nessun passante avrebbe potuto degnarli di uno sguardo? Mi sono venute a mente le perenni diatribe che infiammavano i corridoi in agenzia sul il divario tra la nostra affissione e quella anglosassone.

 “Per noi é solo pubblicità; mentre loro, gli Inglesi, considerano l’affissione come parte integrante dell’arredo urbano. Ecco perché le loro affissioni hanno un livello estetico a cui noi non arriveremo mai” . Così sentenziavano gli art director di maggiore esperienza. E credo che avessero ragione. 

Da noi la bella affissione é sempre stata un’eccezione: qualche raffinata immagine di Armani, la controversa – ma bella – campagna della ditta Benetton & Toscani e la lunga, intrigante saga di Esselunga. 

Tutt’intorno il vuoto. O quasi. 

Solo comunicazioni “di servizio”- spesso fatte in casa – realizzate quasi sempre accostando un’immagine da banca immagine e caratteri pescati a caso dal menù del computer.  Eppure oggi, per la prima volta, osservando quei tristi rettangoli di latta arrugginita da cui penzolano radi frammenti di carta lacerata, quella brutta pubblicità mi manca. 

Mi mancano i suoi colori improbabili. La sua creatività bislacca. Le sue copy insulse.I suoi caratteri stravaganti al limite del leggibile. Mi mancano perché erano pur sempre un innegabile, forte, pervicace segno di vita.

Sprazzi di colore senza i quali la città rischia di assomigliare ogni giorno di più a un triste cantiere dismesso.