Arriva nelle librerie il primo libro sulla vita privata di Sordi scritto da suo cugino Igor Righetti

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«Alberto amava ripetere: ‘In Italia si dice che il popolo è sovrano. Ma sovrano de che? Il nostro Paese, purtroppo, ha avuto una classe politica che si è impegnata nella conquista del potere per interessi meramente personali’».  Affermava come “nell’Italia politica degli ultimi anni ci fosse tanta mediocrità e che i cittadini venissero trattati da sudditi”.

Sono alcune delle tante rivelazioni contenute nel primo libro sulla vita privata dell’attore “Alberto Sordi segreto” dal 21 maggio nelle librerie, pubblicato da Rubbettino e scritto da chi Sordi lo ha conosciuto bene e frequentato in tante situazioni familiari e non sul set, per motivi professionali o per interviste ufficiali, ma in quanto cugino: Igor Righetti, parente da parte della madre dell’attore Maria Righetti, giornalista professionista e docente universitario di Comunicazione, autore e conduttore del fortunato programma quotidiano “Il ComuniCattivo” su Rai Radio 1 con versioni televisive su Rai2 e all’interno del Tg1 libri su Rai1.

Il libro (212 pagine, 15 euro), a causa dell’emergenza sanitaria, è stato fatto uscire ad aprile in versione ebook mentre il cartaceo autografato dall’autore era disponibile soltanto sul sito dell’editore (www.rubbettinoeditore.it). Il libro digitale, il primo autografato mai realizzato finora, ha subito riscosso grande successo non soltanto in Italia, ma anche in Europa, Argentina, Stati Uniti e Australia, dove Alberto Sordi è tuttora molto amato.

Il volume presenta, per la prima volta, anche le testimonianze di alcuni cugini di Alberto: da parte della madre Maria Righetti e del padre Pietro Sordi. Ci sono, inoltre, i ricordi inediti di alcuni amici dell’attore che lo hanno frequentato in modo assiduo e di personaggi del cinema e della tv con i quali ha lavorato. Tra questi, Rino Barillari, Pippo Baudo, Patrizia de Blanck (con la quale Sordi ebbe una love story), Elena de Curtis (nipote di Totò), Sandra Milo, Sabrina Sammarini (figlia di Anna Longhi) e l’ex annunciatrice Rai Rosanna Vaudetti. Di grande interesse le due interviste inedite ad Alberto realizzate dal giornalista Luca Colantoni (1995) e dalla regista e produttrice cinematografica Donatella Baglivo (1997). Infine, lo storico del doppiaggio italiano Gerardo Di Cola analizza i doppiaggi degli attori ai quali Sordi ha dato la voce e i film in cui lui stesso è stato doppiato. Personaggi che, assieme a Igor Righetti, hanno contribuito a rendere pubblica la vita reale, e mai raccontata, di Alberto Sordi.

“Alberto Sordi segreto”, la cui prefazione è di Gianni Canova, rettore eprofessore di Storia del Cinema e filmologia all’Università IULM di Milano, è un libro che milioni di fan dell’attore attendevano da tempo per conoscere, finalmente, il lato privato del loro mito e avere le risposte alle tante domande che si sono sempre posti. Del resto, chi meglio di un familiare che ha frequentato Alberto Sordi assieme alle rispettive famiglie può conoscere veramente fatti e antefatti? Di Alberto Sordi si sa soltanto che fosse riservatissimo. Con il pubblico, a cui era molto legato e riconoscente, e con i suoi collaboratori ha condiviso la sua vita professionale, ma mai quella privata.

Il libro è l’omaggio editoriale del centenario della sua nascita e farà scoprire, per la prima volta, chi fosse il grande attore fuori dal set, dalle interviste e dalle apparizioni televisive ufficiali. Rivela, inoltre, le tante menzogne raccontate su di lui. Un volume unico sia per gli aneddoti e le curiosità sia per le decine di foto esclusive provenienti dagli album di famiglia di Igor Righetti e da Reporters Associati & Archivi. Immagini fuori dal set, durante le pause di lavorazione dei film e scatti personali mai visti.

Igor Righetti

Alberto Sordi non amava l’ostentazione e la sua vita privata era blindata. A quei parenti che ha frequentato di più ha sempre fatto una raccomandazione: “I vostri ricordi con me e con i nostri cari – rivela Igor Righetti – raccontateli soltanto quando sarò in ‘orizzontale’. Allora mi farete felice perché sarà anche un modo per non farmi dimenticare dal mio pubblico che ho amato come fosse la mia famiglia e per farmi conoscere alle nuove generazioni”.

Spiega l’autore: “Così abbiamo fatto. Io l’ho ricordato spesso nei miei articoli sui vari giornali con cui collaboro e su quelli che dirigo come ‘Mese per Mese’ e il quotidiano ‘Mesepermese.it’ nonché nei miei programmi radiotelevisivi sulle reti Rai. Ho aspettato, però, il centenario della sua nascita per celebrarlo con questo libro lontano dai luoghi comuni, dalle tante inesattezze e invenzioni dette finora da chi afferma di essere stato grande amico e confidente di Alberto, dal pressappochismo becero e dalle numerose falsità raccontate da chi ha bisogno di trarne vantaggi esclusivi. Da quando è morto sembrano diventati tutti suoi amici. Ma era davvero così? Un volume che farà scoprire a tutti coloro che hanno amato e che amano tuttora Alberto, le sue abitudini, la sua umanità verso i più bisognosi, il suo modo di affrontare la vita, il suo rapporto con la famiglia, la spiritualità, gli amori nascosti, le manie, i rimpianti, le maldicenze su di lui, con quali suoi colleghi attori c’era una certa ruggine, il suo pensiero sulla politica e sui politici. Perché Alberto è entrato nel cuore di tutti e, probabilmente, è stato ed è tuttora l’attore italiano più amato”.

Il libro viene arricchito con il cd della prima canzone dedicata a Sordi “Alberto nostro”, della quale Igor Righetti è autore, compositore e interprete assieme a Samuele Socci. Il brano con il testo si trova sul canale YouTube Alberto Sordi Forever: 

Il videoclip della canzone, invece, sarà disponibile da giugno sempre sullo stesso canale YouTube. È stato girato a Trastevere e nelle vie del centro storico di Roma care ad Alberto. Una canzone nata per integrare a livello musicale questo primo volume sulla vita privata di Alberto Sordi e per colmare il vuoto di un brano a lui dedicato. Un piacevole libro utile anche alle nuove generazioni perché la memoria storica di un grande attore come Sordi non vada perduta e, al contrario, rigeneri.

Scrive Gianni Canova nella prefazione: “Il libro di Igor Righetti ha il pregio di aiutarci a riscoprire l’attore dietro i personaggi che ha interpretato e l’uomo dietro l’attore che ha dato vita a quei personaggi. Ha il pregio di sfatare luoghi comuni. Di aprire l’album di famiglia e di svelare un Sordi inatteso. Nei suoi rapporti con il padre, con la famiglia, con le donne, con il denaro. Igor Righetti, che ha con Sordi un legame di parentela diretto, ci aiuta a entrare nelle pieghe e nei segreti della sua vita. Ma senza voyeurismo, senza pettegolezzi, senza scandalismi. Mosso da una volontà di comprensione e di narrazione che aiuta tutti noi a capire meglio come e perché abbiamo tanto amato quest’uomo di spettacolo, e l’abbiamo sentito vicino a noi anche quando non ci siamo identificati con i personaggi a cui ha dato vita”. 

Perché non ha mai interpretato personaggi politici

Alberto Sordi ha interpretato tanti personaggi, ma mai i politici in quanto, diceva, che recitavano già loro e che sarebbe stata una sovrapposizione inutile. Con la sua ironia sottolineava che qualche parlamentare avrebbe meritato l’Oscar per la credibilità delle loro interpretazioni. Negli anni Cinquanta, la Democrazia cristiana gli chiese di fare il sindaco di Roma. Pur cattolico declinò l’invito. Altre proposte di entrare in politica le ricevette un po’ da tutti i partiti. Affermava che nell’Italia politica degli ultimi anni ci fosse tanta mediocrità.

Nel 1995, il critico cinematografico Tullio Kezich in un suo articolo invitò il presidente Scalfaro ad attribuire ad Alberto la carica di senatore a vita. All’epoca i politici si divisero su questa eventuale nomina: per il regista Pasquale Squitieri, senatore di Alleanza nazionale, era “un’idea splendida e legittima”, in quanto – dichiarò all’AdnKronos – “è un genio assoluto del teatro e del cinema: così lo considerano in America e nel mondo intero. È il testimone vero e reale della vita pubblica e privata dell’italiano”. Di tutt’altra opinione, invece, fu il progressista Raffaele Bertoni, presidente della commissione Difesa di Palazzo Madama, il quale affermò: “I suoi personaggi rappresentano il peggio dell’italiano. Quindi non mi sembra opportuno nominarlo senatore a vita”. Ad Alberto fece molto piacere questa proposta e si sentì onorato. Ma la cosa non andò avanti. Il politichese e il mondo della politica erano troppo distanti da lui. Ciò che lo faceva più ridere erano le motivazioni dei politici contrari alla sua eventuale nomina a senatore a vita.

Certo i personaggi da lui interpretati erano scomodi, ma reali. E proprio per questo fu anche accusato di essere anti-italiano, lui che invece amava la sua patria come la sua professione. Lui che non ha mai lasciato Roma nonostante le tante proposte ricevute dagli Stati Uniti. Neppure Alberto ha amato molti dei suoi personaggi, ma era un attore, e come maschera non interpretava certo se stesso. Si ispirava alla realtà, osservava e raccontava i mutamenti sociali del Paese. La sua vasta produzione cinematografica rappresenta una sorta di autobiografia dell’Italia. È stato quindi l’attore italiano più politicamente scorretto. Ma Alberto fece bene a non replicare mai ai suoi detrattori. Ha sempre evitato le polemiche. A differenza di tanti suoi colleghi attori e registi di ieri e di oggi, lui era fuori dal sistema, non è mai stato iscritto a nessun partito politico e con noi familiari se ne vantava (anche se sapevamo che votasse Democrazia cristiana). Non si è mai fatto strumentalizzare dalla politica per ottenere il consenso del pubblico. Era il prezzo da pagare per restare un attore libero. Anche con mio nonno e con mio padre ha sempre preferito non parlare di politica. Ci diceva che un attore che vuole fare satira come faceva lui doveva avere la mente libera, senza vincoli con nessun partito in modo da poter interpretare ogni personaggio in modo imparziale e quindi credibile. Il pensiero opposto di tanti registi e comici. Nel libro c’è anche l’intervista inedita che Donatella Baglivo, regista, montatrice e produttrice cinematografica, amica di Alberto, fece a Sordi nel 1997. Alla domanda “Che cosa mi puoi dire di Berlusconi?”, rispose: “Io non capisco come mai Berlusconi è entrato in politica, non gli mancava nulla, era già un uomo di potere, chi gliel’ha fatto fare?”.

Alcuni estratti delle rivelazioni e degli aneddoti contenuti nel libro

Perché i genitori lo chiamarono Alberto

Pietro Sordi e Maria Righetti si sposarono il 10 luglio 1910. Il loro terzogenito morì pochi giorni dopo il parto, il 24 maggio del 1916. Si chiamava Alberto. Maria non superò mai quel lutto: soltanto con la preghiera riusciva a lenire il grande dolore. Quasi nessuno, se non i parenti che furono vicini alla coppia in quel momento drammatico, conosce questo particolare. Pietro e Maria preferirono tenere questo dolore dentro di loro. Anche Alberto ne parlò soltanto una volta con mio padre, ma cambiò subito argomento. Lui sapeva che il suo nome gli fu dato proprio in ricordo del fratello scomparso. E anche per questo motivo non voleva essere chiamato Albertone.

Da dove derivano le sue due più celebri esclamazioni

Ha cavalcato a suo favore sia la leggenda dell’avarizia, interpretando anche il film “L’avaro”, sia il fatto di essere rimasto scapolo spiegandone, con la consueta ironia che lo contraddistingueva, i motivi con la celebre frase “E che, me metto un’estranea dentro casa?”. Alberto, però, rielaborò quella frase dell’amico Mario Bonnard, regista di alcuni suoi film come “Mi permette, babbo!” del 1956 e “Gastone” del 1960, con il quale spesso amava giocare a carte. Bonnard disse: “Che faccio? Mi metto un fagottone nel letto? Un’estranea in casa?”. Ad Alberto piacque molto e, con il suo modo unico di esprimere i concetti, la fece sua.

Anche la celeberrima frase pronunciata dal Marchese del Grillo Me dispiace, ma io so’ io… e voi nun siete un cazzo è una citazione dal sonetto “Li soprani der monno vecchio” (I sovrani del mondo antico) di Giuseppe Gioachino Belli (Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo)espressa da Alberto a modo suo.

I suoi vestiti comprati dalla sorella Aurelia

Il suo modo di vestire è sempre stato molto classico: giacche, completi, trench beige, grigi e marroni, nessuna concessione verso i colori accesi. Ci teneva a essere sempre elegante, ma era troppo indolente per acquistare i vestiti. Glieli comprava la sorella Aurelia che conosceva bene i suoi gusti. E poi lo shopping necessita di tempo che avrebbe dovuto sottrarre al suo lavoro.

I suoi cibi preferiti e quelli non graditi

Alberto era rimasto semplice anche nel mangiare: alle ostriche e allo champagne preferiva la bruschetta e un bicchiere di vino. E in estate non si faceva mai mancare l’anguria. Alla quantità preferiva la qualità. Cucina romana e italiana senza concessioni per quella etnica. A pranzo, nella sua casa, mangiava di solito un piatto unico: spaghetti al pomodoro con le polpette che lui adorava. Alla pasta non sapeva rinunciare: dagli spaghetti alle fettuccine, dai bucatini agli gnocchi ma sempre al sugo di pomodoro, mai in bianco. Al bando piatti pasticciati, panna e besciamella. Gli piaceva molto il pesce (ma guai a non proporglielo già pulito dalle lische) ed era goloso di Nutella che metteva pure nel caffè e latte. Con la minestra di verdure aveva un pessimo rapporto dato che era il piatto che la madre gli faceva spesso da bambino a causa delle ristrettezze economiche. Non mangiava mai i funghi in quanto lo terrorizzavano: li riteneva tutti velenosi.

Il nonno fornaio a Valmontone

La mamma Maria Righetti era nata a Sgurgola, in provincia di Frosinone, mentre il papà Pietro a Valmontone, in provincia di Roma, dove il nonno faceva il fornaio. In omaggio al padre, in due suoi film citò il nome della cittadina: ne “Il marchese del Grillo” e ne “Il tassinaro”.

Nel suo amato cinema-teatro tolti i divani di velluto voluti da Alberto e sostituiti con sedie di plastica

A proposito della sala cinematografica-teatro dove Alberto vedeva i film con, al suo interno, un vero e proprio palcoscenico, il soffitto ricoperto totalmente con bassorilievi a forma di pellicola e ai lati alcune sculture di Ceroli rappresentanti l’allegoria delle arti, lascia attoniti la recente scelta di aver sostituito i meravigliosi divani di velluto di colori diversi (voluti da Alberto) della platea con file e file di anonime sedie in plastica blu che si possono trovare in un qualunque centro congressi.

Sedie che hanno tolto quel fascino voluto e pensato da Alberto con i divani di velluto che rappresentavano lo spirito e l’essenza del suo modo di concepire quello spazio intimo e raccolto a lui tanto caro. Dal 2015, tra l’altro, gli oggetti della villa sono sotto tutela dei Beni culturali. Quando si destina a museo la casa di un personaggio tutto dovrebbe restare come il personaggio ha voluto gli ambienti per evitare di creare un falso agli occhi del pubblico che, per la prima volta, la visita convinto di avere di fronte la versione originale.

Pippo Baudo: “Con il Campari soda, Alberto perdeva lucidità”

Alberto era sempre molto contento di intervenire come ospite nei programmi condotti dal suo amico Pippo che stimava molto sia a livello professionale sia a livello umano.

“Nei miei confronti – mi conferma Pippo Baudo – Alberto aveva un’affettuosità notevole, ci sentivamo spesso e quando lo chiamavo per invitarlo in trasmissione non facevo in tempo a concludere la richiesta che mi rispondeva: ‘Già ci sono’. Personaggi come Sordi ce ne sono stati pochi, quelli di oggi sono niente rispetto a lui. Quando passo dalla galleria Alberto Sordi, gli lascio sempre un pensiero. Con Alberto ho fatto me stesso nel film del 1985 ‘Sono un fenomeno paranormale’ con la regia di Sergio Corbucci. Tra me e Sordi c’era una affinità tale che abbiamo girato un pezzo di quasi un quarto d’ora senza la sceneggiatura, a braccio. La prima fu buona e ci salutammo. Corbucci sapeva dell’empatia che avevamo io e Alberto. Ho poi un aneddoto incredibile: quando Alberto veniva in trasmissione al Teatro delle Vittorie era affezionato a un aperitivo: il Campari soda che però gli faceva uno strano effetto, cominciava a sudare, lo faceva come ubriacare. Dietro al palcoscenico c’era sempre un bar molto fornito e quando arrivava Alberto Sordi c’era l’ordine di far sparire tutti i Campari soda per evitare in lui effetti indesiderati. E Alberto, al suo arrivo, mi chiedeva: ‘Ma i Campari soda non ci sono?’. E io rispondevo: ‘No, purtroppo non ce li danno’. Sono sempre riuscito a evitare che lo bevesse prima della diretta. Una volta, però, mi sono distratto in occasione della sua partecipazione per presentare il film “Nestore, l’ultima corsa” e lui aveva bevuto ben due Campari soda. In trasmissione, durante l’intervista, fu una tragedia: balbettava, biascicava le parole e io sentivo, essendo a due passi da lui, l’odore del Campari soda. È stata indubbiamente la peggiore performance che ha fatto. Al termine della trasmissione gli dissi: ‘Mi hai fregato Alberto’. Lui mi rispose: ‘Ti ho fregato, ma mi sono pure fregato’. Se ne era accorto di non essere in sé, di non essere lucido”.

“Nino Manfredi era veramente tirchio”

Sul tema dell’avarizia, Pippo Baudo ha un altro ricordo: “In una mia trasmissione a Taormina in cui c’erano Vittorio Gassman, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi e Monica Vitti insieme, a un certo punto domandai quale fosse il loro rapporto con il denaro. E Nino Manfredi rispose da vero tirchio mentre Alberto Sordi disse: ‘Mi danno del tirchio, ma qui di tirchio ce n’è un altro’. Ed era Nino, lui era veramente tirchio. Poi, onestamente, i fatti hanno dimostrato che Alberto Sordi ha donato tutto, ha fatto il campus Bio-medico di Roma che è un capolavoro e anche all’ospedale Bambino Gesù ha dato un sacco di soldi”.

“Mi confessò che non essersi sposato fu il più grande errore della sua vita”

Alberto si aprì con Baudo anche per quanto riguarda la sua condizione di scapolo: “Negli ultimi anni era molto rammaricato di non essersi sposato e mi confessò che era stato il più grande errore della sua vita”. Questo rimpianto per non essersi sposato lo confidò anche a mio padre Alessandro. Nel periodo della malattia si sentiva irrealizzato nella sua vita più intima. Impossibilitato a continuare a lavorare aveva preso consapevolezza di aver vissuto per inseguire la sua grande passione professionale ma che, terminata la vita artistica, non aveva costruito affetti veri. 

“Mi confidò – continua Pippo Baudo – che un amore ce lo aveva avuto, cioè una passione che poteva essere corrisposta, ma che frenò in nome dell’amicizia… e tu sai chi è questa donna?”. Rispondo a Baudo: “Silvana Mangano”. E Baudo: “Sì, purtroppo è rimasto un amore platonico perché lei negli ultimi tempi non aveva più nessun rapporto con Dino De Laurentiis, era lontana. Indubbiamente tra Sordi e Silvana Mangano sarebbe stato un grande amore”.

Baudo si emoziona a ricordare quando, nella villa di Alberto, vide in bella mostra rispetto ad altri il premio in argento che gli consegnò durante il suo programma Rai “Uno su 100”: “Cento personaggi italiani di ogni settore, dalla musica al cinema, dalla scultura e al teatro – mi racconta Baudo – si contendevano il premio. I finalisti furono Alberto Sordi e Giulio Andreotti. Nella finale il pubblico votò il personaggio preferito. Vinse Sordi. E Andreotti ne fu contento”.

Il suo rimpianto più grande: non essere stato candidato dall’Italia agli Oscar

Alberto ha interpretato con maestria ruoli drammatici e comici raccontando l’Italia e gli italiani. Nella sua lunga carriera artistica durata oltre sessant’anni e con più di 200 film all’attivo (ma lui stesso ne aveva perso il conto) ha ricevuto tanti riconoscimenti prestigiosi (nove David di Donatello, sei Nastri d’argento, un Orso d’oro e un Orso d’argento a Berlino, un Golden Globe e il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia) ma mai l’Academy Award. E aveva un rimpianto: quello di non essere stato candidato dall’Italia agli Oscar. Ma lui ci sperava ancora ad averne uno. Ci raccontò che Charlie Chaplin lo aveva ricevuto a 83 anni. Alberto, invece, è morto a quasi 83 anni, ma l’ambita statuetta non è mai arrivata.

Per colmare questa grave mancanza, assieme all’Associazione “L’Arte di Apoxiomeno” e al suo presidente e direttore artistico dell’Apoxiomeno International Award Orazio Anania, mi sono attivato affinché venga presa in considerazione dall’Academy la possibilità di assegnare l’Oscar alla carriera o un Premio alla memoria ad Alberto, uno dei nostri maggiori protagonisti della cinematografia italiana.

Una soddisfazione, postuma, Alberto l’ha avuta a marzo del 2003, un mese dopo la sua morte: in un filmato in cui comparivano grandi attori e registi scomparsi come Billy Wilder, Rod Steiger e Dudley Moore apparve l’immagine del suo volto in una sequenza del film diretto da Ken Annakin “Quei temerari sulle macchine volanti” del 1965.

Perché l’Italia non lo ha mai candidato all’Oscar? A questa domanda mi rispose che il fatto di essere così popolare e così amato da tutte le fasce di età e di ceto sociale avevano giocato a suo svantaggio: per gli snob della cultura queste caratteristiche nazional-popolari sono viste come negative. In effetti, Alberto non ha mai amato i critici cinematografici, a eccezione di alcuni. Diceva spesso: “In Italia i critici si commuovono soltanto davanti ai sarcofagi. Basti pensare che cosa hanno fatto con Totò, lo hanno beatificato soltanto dopo la sua morte”. Molti critici cinematografici italiani avevano massacrato le interpretazioni di Alberto sia all’inizio della sua carriera sia durante tutta la sua intensa attività artistica. Interpretazioni che invece erano state osannate, per esempio, dai critici di altri Paesi come la Francia e che avevano avuto grande apprezzamento da parte del pubblico e quindi grandi incassi.

Il rapporto con Carlo Verdone

Nel mio elenco degli amici di Alberto in molti si stupiranno di non trovare il nome di Carlo Verdone, figlio del critico cinematografico Mario Verdone, padre anche di Silvia, moglie di Christian De Sica.

A noi familiari, come anche alla contessa Patrizia de Blanck, Alberto rivelò di non essersi trovato bene sul set del film “Troppo forte”. Ci disse che Verdone aveva avuto paura di essere oscurato da lui in un film diretto da Verdone stesso. Di lui non ci disse altro.

I fatti parlano chiaro: dopo quel film non lavorarono mai più insieme. Quello che colpisce è che da quando Alberto è morto, Carlo Verdone si è imposto sui media come il suo più grande conoscitore rilasciando interviste su qualunque mezzo di comunicazione. Lo abbiamo visto all’interno della villa di Sordi indossare i cappelli usati da Alberto nei suoi film, mostrare a tutti il guardaroba personale del grande attore, si è fatto fotografare alla guida della Fiat 124 familiare che Agnelli regalò ad Alberto. Nel 2013, in occasione dei dieci anni dalla scomparsa di Sordi, Carlo Verdone assieme al fratello Luca, realizzò il documentario “Alberto il Grande” dove, per la prima volta, mostrò al pubblico la villa di Sordi. Chi conosceva bene Alberto sa che non aveva mai fatto entrare né fotografi né telecamere all’interno del suo “rifugio”. Le telecamere dei fratelli Verdone “frugarono” in tutte le stanze: dalla barberia alla camera da letto fino alla stanza guardaroba indugiando sui completi, sulle giacche e sui cappotti che indossava.


“Troppo forte”, Carlo Verdone su Sordi: “Aveva una paura matta di non far ridere più. Il personaggio me l’ha rovinato!”

Carlo Verdone e Alberto Sordi insieme fecero soltanto due film: “In viaggio con papà” nel 1982, per la regia di Sordi, e “Troppo forte” nel 1986, diretto da Verdone. Ma nel secondo film, Sordi non era stato contemplato da Carlo Verdone.

Lo rivelò Verdone stesso, diversi anni dopo la morte di Sordi, in una video-intervista che si trova su YouTube e in un’altra intervista a “Il giornale off.it” ripubblicata sullo stesso il 3 settembre 2014 a firma di Francesco Sala: “Sordi non doveva fare il film. Io volevo Leopoldo Trieste per il ruolo dell’avvocato. Poi, il produttore del film, non so, cose loro, forse un contratto rimasto in sospeso, mi chiama e mi fa: ‘Il film lo fa Sordi!’. E io: ‘Ma non c’entra niente!’. Abbozzai. Dovetti abbozzare con Sordi e lui fece di tutto per far ridere ancora. Aveva una paura matta di non far ridere più, di venire scavalcato da questa ondata di nuovi comici. S’è messo a fare la voce di Oliver Hardy, quei gesti strampalati quel  ‘Di di da da…’. Il personaggio me l’ha rovinato! Non parlo volentieri di quel film, anche se so benissimo che i miei fan lo amano per tutta una serie di assoli: la palude del caimano, l’anaconda, il flipper, per me rimane un episodio, un compromesso. Se io mi mettessi a rifare alla mia età, continuamente, le voci dei miei personaggi di trent’anni fa direbbero: ma che fa Verdone? È patetico”.

L’uscita di Verdone contro Sordi fece (e fa tuttora) indignare i fan di Alberto. Lascia attoniti e amareggiati il modo con cui si espresse su Alberto. Il diritto di critica è sacrosanto, per carità, ma le espressioni e i toni usati da Verdone colpiscono. Entrambe le interviste furono rilasciate da Verdone molti anni dopo la morte di Alberto che così non ha mai potuto replicare. Anche Alberto non si trovò affatto bene a lavorare con lui in quel film, ma non lo ha mai detto pubblicamente. È una questione di stile e di eleganza. Nel cinema, come in altri settori, accade spesso di non trovarsi bene sul set con altri attori. E quando ciò avviene (come in questo caso) l’unico modo per evitare che succeda di nuovo è evitare di ritrovarsi in situazioni analoghe. Cosa che poi è accaduta. Verdone avrebbe potuto risparmiarsi almeno i commenti sull’interpretazione di Sordi che, invece, ha dato al film, a detta di tanti, una marcia in più. Chi fa cinema, poi, sa perfettamente che un nome di grande popolarità e molto amato fa sempre bene a un film e che i produttori pensano anche al botteghino.

Nel 2001, Alberto Sordi aveva affidato all’attuale cardinale Gianfranco Ravasi la “Fondazione Alberto Sordi per i giovani” mettendo nel consiglio di amministrazione personaggi illustri come il presidente di Bnl Luigi Abete e del mondo accademico, i professori Schlesinger e Guarino.Alcuni anni fa, però, il cda fu completamente rinnovato: presidente diventò Carlo Verdone. 

“L’Italia doveva essere turistica e agricola, adesso sarebbero tutti occupati”

L’intervista inedita del 1995 di Luca Colantoni ad Alberto Sordi

Nel febbraio 1995, l’amico e collega giornalista Luca Colantoni, lo intervistò. Una lunga chiacchierata con lui pubblicata integralmente, per la prima volta, sul libro. Le riflessioni di Alberto sono talmente attuali che sembrano di questi giorni.

Alla domanda di Luca Colantoni, che cosa non si è fatto in Italia, Alberto rispose: “L’Italia non ha seguito un tipo di politica che doveva essere turistica e agricola perché il nostro è un Paese che si basa sul turismo e sull’agricoltura. L’avesse fatto probabilmente adesso saremmo una nazione senza problemi dove tutti sarebbero occupati, da Nord a Sud”.