I budini di Taveggia e la caducità umana 

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di Maurizio Badiani

Quando sono arrivato a Milano, nel lontano ’79, abitavo in via Cerva e lavoravo in fondo a Via Durini, dove allora c’era la Thompson. Poche centinaia di metri tra casa e lavoro. Addirittura pochi passi mi separavano da Taveggia, il mitico caffè che dagli anni 30 serviva in un’atmosfera elegante e rarefatta i migliori budini di riso di tutta Milano. Un budino di Taveggia costava, nel settantanove, 3000 lire. Una fortuna. Ma erano tempi in cui il lavoro tirava, i soldi giravano e 3000 lire erano un lusso che anche un creativo alle prime armi come me poteva permettersi. Passarono gli anni, io crebbi professionalmente e i budini di Taveggia crebbero anche loro. 

Ma solo nel prezzo. Da 3000 lire dei tempi del mio arrivo arrivarono a toccare – se la mente non mi inganna – quota 7000. Per me, che sono sempre stato digiuno di finanza ed economia, l’andamento del prezzo dei budini di Taveggia costituiva il mio personalissimo borsino. Dopo la crisi del 2008 i prezzi del budino scesero di nuovo e, quasi fossero barili di petrolio, tornarono ai livelli del ’79.  

Un giorno mia moglie, che é più addentro di me nelle cose mondane, mi disse che Taveggia non andava bene e che era stato venduto a una società straniera. Ma anche la nuova gestione pare che abbia potuto fare poco per arrestare un declino ormai segnato.

Un mese fa, quando ancora potevamo muoverci liberamente per le strade, mi sono trovato a passare davanti al mitico caffè. Era chiuso. Mi sono avvicinato alla cler abbassata e ho sbirciato all’interno. I bei mobili decò e lo splendido bancone di marmo erano ancora lì. 

Tra la serranda chiusa e la porta con la grande maniglia di ottone giacevano per terra, sommerse di polvere, lettere e raccomandate. Poco più in là si intravedeva un albero di natale che, mai smontato, mostrava  tristemente le sue palline colorate. 

Evidentemente il caffè era rimasto aperto fino alle Feste per poi chiudere subito dopo in modo definitivo.

A tirar giù la cler non era stata l’epidemia che oggi tutti ci ammorba, ancora di là da venire. Ma quell’altra pandemia che circolava già da anni e che da anni tutti chiamavano, con voce sommessa quasi fosse una brutta malattia, semplicemente “crisi.”

Prima ancora del Coronavirus, l’inattesa chiusura dello storico Taveggia è stata per me – oltre che una fitta al cuore – la prova provata di come tutto sia transeunte e provvisorio a questo mondo e di come anche un semplice, dolce, budino possa trasformarsi in un triste, amaro simbolo dell’umana caducità.