Lucignoli senza vergogna

di Maurizio Badiani

“Dove vuoi trovare un paese più sano per noialtri ragazzi? Lì non vi sono scuole, non vi sono maestri:lì non vi sono libri. In quel paese benedetto non si studia mai!”. Con queste parole Lucignolo, nel capolavoro di Collodi, convince Pinocchio a seguirlo nel Paese dei Balocchi.

Tutti sanno come la storia andò a finire.Tutti tranne evidentemente le Pro Loco dell’Abetone e di Livigno che, con una comunicazione “instant” molto fai da te, come novelli Lucignoli si sono messi a indurre i giovani a trasformarsi in tanti Pinocchi festosi e scianti. 

L’invito rivolto ai ragazzi era quello ad abbandonare casa e studio – approfittando della chiusura delle scuole decisa dal Governo – per recarsi nel nuovo paese del Bengodi, là dove l’aria si può respirare a pieni polmoni “ e dove c’è una zona bianca dove star bene è contagioso!”

Le parole usate (che già di per sé si meriterebbero più di una reprimenda) erano accompagnato da immagini di giovani sorridenti e ammonticchiati uno sull’altro in barba ad ogni norma di profilassi e di igiene.

Ma, porca paletta, come si fa a non capire che, se il Governo ha chiuso le scuole, lo ha fatto proprio per evitare quella vicinanza e quella promiscuità tra gli alunni che avrebbe contribuito ad un’ulteriore diffusione del virus contro il quale si sta combattendo? 

E non lo ha certo fatto per tramutare gli studenti in apprendisti Pinocchi da mandare allegramente in vacanza! 

Davanti ad esempi di pubblicità come questa non so se si debba parlare più di leggerezza, di insensatezza o di cinismo. O più semplicemente di paura. Quella che improvvisamente deve avere attanagliato gli “operatori del settore” che, a causa dell’epidemia, avranno temuto di vedere sciogliersi come neve al sole i guadagni della stagione invernale tanto a lungo attesa. E la paura, è risaputo, fa perdere il senno. Questa è l’unica attenuante che sono in grado di trovare di fronte ad un episodio tanto aberrante come quello citato. 

Anche la comunicazione commerciale ha un’etica. È una delle prime cose che mi hanno insegnato.

Ma lassù, forse per l’aria troppo rarefatta di montagna, questo concetto – pur così semplice – evidentemente non ha ancora attecchito.